giovedì 13 dicembre 2018
Giornalismo "mestiere" (servizio) di verità. Lo ha ricordato di recente il Papa. "Vasto programma", come disse una volta Charles De Gaulle. Ma spesso tradito, se per esempio in pagina superba fin dal nome (10/12, p. 14) leggi questo titolo, "Siete depressi? Andate alla Messa in latino", poi ribadito nel sommario: "Una Messa (in latino) contro la depressione". Tu capisci che il principio della realtà è andato a farsi friggere. È la vita di certa stampa. Lo è anche leggere ("Il Foglio", 3/12, p. 1) «Questo Papa io non lo capisco». È libertà, ma nel caso specifico lo si è capito da 5 anni.
Vale anche su "Il Tempo" (2/12, p. 10): "Parrocchia virtuale. Basta una mail", con queste righe sicure: «E finiamo con Roma, il cuore della Cristianità. Dovere di un cristiano degno del nome sarebbe quello di seguire, almeno una volta al mese, la messa domenicale del Pontefice a San Pietro» (sic). Con seguito deluso: «Obbligo che, di riffe o di raffe, il popolo quirita (sic!) non riesce ad ottemperare». E a parte la sintassi il seguito è questo: «Ci offre una soluzione alternativa il vicario stesso di Pietro. Per chi non lo sapesse Papa Francesco in persona ha infatti aperto una pagina Facebook e un account Instagram... Ci iscriviamo, e domenica prossima avremo anche noi, virtualmente ça va sans dire, la benedizione apostolica».
La disinvolta citazione francese ci riporterebbe al detto di De Gaulle ricordato all'inizio, ma davvero notevole credo sia – letto qui per la prima volta in 22 anni di "Lupus" – apprendere che il Papa, ogni Papa, è "vicario stesso di Pietro" (sic!) Un declassamento in diretta sul "Tempo"! "Vecchio Scarpone, quanto tempo è passato!" Tutti caballeros da quelle parti, oggi antipapa da 5 anni in pagina capitolina. Penso a padre Virginio Rotondi, per decenni vivace su quelle pagine. Qualche malinconia...
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