domenica 1 aprile 2018
Voglio ricordarlo adesso, nella Pasqua di risurrezione. E non quando, tra quattro mesi, il 29 luglio, cadrà il freddo anniversario dei cinque anni di lontananza, di buio, di prigionia... Voglio ricordarlo adesso per renderlo presente nel tempo attuale e non solo stretto nell'intimo dei cuori affamati di parole dei familiari, dei confratelli e dei tantissimi amici d'ogni fede e credo, sparsi per il mondo. Tutti da così lungo tempo appesi a un filo di speranza (e verità) sulla sua sorte, ufficialmente ignota dal 2013. È stato detto che lo hanno ucciso pochi giorni dopo la cattura. Ma fino a prova contraria, voglio ricordarlo ora perché vivo.
Andrebbe ricordato tutti i giorni, dal primo giorno, e non soltanto allo scadere di un anniversario, come fosse l'occasione di un compleanno con la torta le cui candeline resteranno spente; ricordare come fa la goccia che cade e batte la pietra fino a spaccarla. Ricordare lui per ricordare anche i molti come lui, e spezzare il silenzio soffocante delle catene che avvinghiano i polsi e le caviglie di chi è costretto ad uno stato di cattività.
E finalmente rivedere risorgere l'uomo libero, vivo. Ricordarlo come la Pasqua ebraica, la Pesach commemora la liberazione di Israele dalla schiavitù egizia e l'inizio di una nuova libertà nel cammino verso la Terra promessa. Ricordarlo perché, e sono sue queste parole, «il Vangelo propone una logica di speranza... Tutto ciò che procede in questa logica è più forte della morte...».
Ricordarlo ora, anche con le parole del poeta e drammaturgo russo Konstantin Michajlovic Simonov, che ne 1941 scrisse una poesia alla sua amata, dedicandola ai soldati sovietici che, a centinaia, cadevano sui fronti della Seconda guerra mondiale: "Aspettami ed io tornerò, ma aspettami con tutte le tue forze... quando più non si aspettano gli altri, obliando tutto ciò che accadde ieri... Aspettami ed io tornerò a onta di tutte le morti. E colui che ormai non mi aspettava dica che ho avuto fortuna. Chi non aspettò non può capire come tu mi abbia salvato in mezzo al fuoco con la tua attesa...».
Ricordarti, perché ti stiamo aspettando, padre Paolo Dall'Oglio, gesuita avvolto dalla passione fraterna verso il mondo islamico, che sei scomparso quel 29 luglio del 2013, quando ti sei incamminato sulla strada per Raqqa, brevemente pseudo regno di un fantomatico Stato islamico.
Aspettiamo la tua Pasqua, il ritorno del tuo grande sorriso ieratico che un giorno ci spalancò il pesante portone di legno del "tuo" monastero di Deir Mar Mousa al Habashi, sull'aspra montagna nel deserto siriano. La tua piccola comunità monastica, tra Terra e Cielo, di pace, silenzi e meditazione dello spirito, offerta al dialogo tra cristianesimo e islam. Il tuo saio e i tuoi sandali aspettano impazienti di risalire la montagna, quei 345 scalini di pietra, abbracciato ai tanti amici che ti attendono da tutto il mondo, per vocazione, per preghiera, per ecumenismo, per curiosità, per meditazione, per lavorare la terra, o solamente perché quel piccolo portone di legno è sempre stato spalancato sul prossimo tuo.
Buona Pasqua, "italiano del deserto", così ti conoscono i siriani che ti vogliono bene, quella gente semplice di un'altra fede nello stesso Dio, a cui ti rivolgevi così: «Viviamo su due sponde dello stesso fiume e cerchiamo di interpretare la relazione dell'uomo con il suo Creatore» . Al-Masîhu qâm , Cristo è risorto, padre Paolo.
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