giovedì 8 marzo 2018
Senso di responsabilità, saggezza e spirito di dialogo sono tra le parole e le espressioni più ripetute in questi giorni che precedono la convocazione delle nuove Camere e l'elezione dei loro Uffici di Presidenza, che costituiscono i presupposti, in una forma di governo parlamentare, per la formazione del futuro Governo della Repubblica.
Dopo una campagna elettorale che non ha brillato per chiarezza e compostezza, la politica sembra volere adattare il proprio lessico alle procedure costituzionali, e dunque alle loro regole, consuetudini e convenzioni. È una buona notizia, tanto più se al lessico seguissero altri comportamenti con esso coerenti. In particolare, il dialogo richiede, oltre a presupposti di lealtà e buona fede, una sufficiente determinazione sui contenuti da "trattare".
Per stare ai temi della giustizia (poco presenti nella discussione preelettorale), ciò significa evitare la ripetizione di luoghi comuni e invece guardare alla realtà fattuale. Pensiamo, ad esempio, alla cosiddetta separazione delle carriere: quella che c'è è sufficiente, e forse già eccessiva, se vogliamo mantenere il modello costituzionale di una comune cultura della giurisdizione tra giudici e pm. O al rapporto tra magistratura e politica: qui basterebbe riprendere e precisare la proposta, avanzata da più parti (Csm incluso), di una ricollocazione all'esterno della giurisdizione del magistrato quando rientra da "fuori ruolo" politici e politico-amministrativi.
Su altri oggetti sarebbe saggio, per contro, attendere un congruo tempo di applicazione prima di pensare a "riforme": ho in mente le recenti modifiche in tema di avocazione dei processi, responsabilità medica e codice antimafia. L'assenza o la frettolosità di valutazioni preventive circa la fattibilità di alcune tra queste misure potranno essere parzialmente compensate monitorando attentamente la loro prima applicazione.
Mi viene alla mente una nota frase di Vittorio Bachelet: «È necessario formare i giovani alla responsabilità, alla saggezza, al coraggio e, naturalmente, alla giustizia». Naturalmente alla giustizia. Il cattolicesimo democratico, che sulla giustizia (nel senso sia di principio di relazione tra le persone, sia di giurisdizione) avrebbe molto da dire, sconta una certa afasia e tenuità di presenza (nei fatti e nelle proposte politiche, non nei discorsi) nel panorama politico attuale.
Per passare dalle parole ai fatti, come sopra si auspicava, la cultura politica del cattolicesimo democratico (caratterizzata da capacità di concretezza, da attitudine alla mediazione alta, da un forte senso dello Stato) si potrebbe rivelare ancora utile al nostro Paese. Sul punto bisognerà tornare.
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