Non hanno tempo per i social ma godono di un'ottima fama
venerdì 8 aprile 2022
Si chiamano “Famiglie missionarie a km zero” perché hanno scelto di «abitare in una canonica, in un oratorio o in una struttura sussidiaria della parrocchia, per un'esperienza di fraternità, di accoglienza, di corresponsabilità pastorale». Una scelta che riscuote un'ottima accoglienza presso l'opinione pubblica ecclesiale. Solo negli ultimi dieci giorni si contano, nell'ordine, un ampio servizio di Francesco Riccardi per “Avvenire” ( bit.ly/3xc7FTg ) e un non meno ampio articolo di Elisa Calessi sul mensile “Donne Chiesa Mondo” de “L'Osservatore romano” ( bit.ly/38tcDk1 ), che a sua volta ha dato spunto a un post di Annalisa Teggi su “Aleteia” ( bit.ly/3xbFt2A ). Ma non è un fuoco improvviso: anche negli anni passati l'attenzione dei media ecclesiali per queste famiglie, il cui nucleo forte si trova nella Chiesa di Milano, è stata sempre viva, al punto che nel 2019 ai già molti articoli si è aggiunto un libro di Gerolamo Fazzini, dal titolo omonimo al nome che l'esperienza si è data. Ci sono, ovviamente, un sito ( bit.ly/35SqUWE ), dal quale ho tratto l'autopresentazione iniziale, e i vari profili social, ma mi pare che all'uno e agli altri siano attribuite in prevalenza funzioni di servizio, di scambio tra le famiglie di informazioni e materiali, tra i quali rientra ovviamente la rassegna stampa. La maggiore eccezione a questo uso interno è la sezione del sito “Storie in 10 righe”, dove in effetti si raccontano. Viene da pensare che le famiglie missionarie a km zero siano così assorbite dalla loro vita quotidiana – dal momento che la missione in parrocchia si aggiunge, non si sostituisce, al lavoro, alla cura della casa, all'educazione dei figli – da non avere tempo per coltivare la loro immagine, digitale e no. Ciononostante se ne parla, e bene: perché in esse, quasi nascoste, si trovano tante belle testimonianze di Vangelo vissuto.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: