Non crepi, anzi: l'avarizia “buona” di Poggio Bracciolini
mercoledì 18 maggio 2016
L'editore Aragno pubblica i lavori della Sodalitas Indignantium, «un gruppo aperto di studiosi delle discipline umanistiche e di cultori dell'uso del latino che sono indignati per i ricorrenti tentativi d'escludere l'insegnamento delle lingue classiche dalle scuole e di denigrarne la forza formatrice». Dopo essersi occupati della depressione (2013) e dell'impostura (2014), gli Indignantes hanno pubblicato di recente, con testo latino a fronte, il dialogo di Poggio Bracciolini sull'Avarizia (Torino 2015, pp. 206, euro 12), sàpido trattatello che mostra «come l'antichità abbia elaborato alcuni grandi temi che ancora occupano il nostro orizzonte».Poggio Bracciolini (1380-1459), eclettico umanista, fu abbreviatore e segretario apostolico a Roma; partecipò al Concilio di Costanza (1414-18) che, con l'elezione di Martino V, pose fine all'imbarazzante situazione di una Chiesa con tre papi simultanei. Viaggiò per mezza Europa alla ricerca di manoscritti antichi, riuscendo a recuperare testi di Cicerone, di Quintiliano e soprattutto il De rerum natura di Lucrezio. Rientrato in Italia, dopo Roma fu a Firenze come cancelliere della Repubblica, dal 1453 a un anno prima di morire.Nel dialogo sull'Avarizia, Poggio funge da estensore di una discussione postprandiale tra quattro umanisti suoi amici e colleghi di curia: Bartolomeo da Montepulciano (1385-1429), segretario apostolico con Martino V; Antonio Loschi, umanista vicentino (1365-1441), funzionario della Curia romana; Cencio di Paolo de' Rustici (†1445) collaboratore di Giovanni XXIII, Martino V, Eugenio IV. A questi tre viene poi ad aggiungersi Andrea di Costantinopoli (†1451, non 1251 come nel refuso della nota a p. 25), che fu arcivescovo di Rodi ed ebbe importanti incarichi pontifici per i contatti con la Chiesa d'Oriente.Tra gli argomenti di Bartolomeo, assai pertinente l'invettiva contro quei frati predicatori (non certo san Bernardino, trattato con rispetto) che «non suscitano odio per i peccati, ma curiosità: tanto apertamente descrivono le azioni ignominiose». Molto interessante la difesa che Antonio Loschi perora per l'avarizia intesa non come mera brama di possesso: per sant'Agostino «l'avarizia è volere più di quanto sia sufficiente» ma, obietta giustamente Antonio, se i contadini si limitassero a coltivare il campicello a esclusivo uso della propria famiglia, non ci sarebbe alcun progresso, e «se volessimo avere solo quel che ci basta, si eliminerebbe la consuetudine delle virtù più care al popolo, cioè la misericordia e la carità, perché nessuno sarebbe né benefico, né liberale». E, anticipando Adam Smith: «Chi mai farà qualcosa, se si leva la prospettiva di un utile?».Tocca ad Andrea (Cencio è poco più di una comparsa) tirare le conclusioni. La condanna dell'avarizia è netta, ma le osservazioni di Antonio vengono recuperate con la distinzione tra avaritia e aviditas: «Ogni avaro arde di avidità, ma non ogni avido brucia di avarizia». Con questa poco felice parola, aviditas, Andrea intende il desiderio di migliorare la propria condizione e di fare cose grandi per il bene comune, facendo diventare l'avidità quasi sinonimo di magnificenza.Aveva già detto tutto e bene Tommaso d'Aquino, ricordato nell'introduzione dai curatori Claudio Piga e Giancarlo Rossi: Tommaso riprende dall'Ethica nicomachea di Aristotele la definizione della virtù della generosità come giusto mezzo tra due vizi opposti: l'avarizia, vizio per difetto, e la prodigalità, vizio per eccesso. Su questo concetto, anche se con altre parole, i quattro umanisti si trovano d'accordo, compreso Antonio, il cui panegirico dell'avarizia era stato forse avanzato solo come espediente dialettico.Utile e, a suo modo, divertente la “disputa conviviale” di Poggio Bracciolini, anche se riscoprire i classici e, in genere, frequentare le biblioteche è scoraggiante, perché ci si accorge che tutto era già stato detto.
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