Non c'è giustizia senza dignità
giovedì 1 ottobre 2020
Nel mio primo anno di servizio a Rebibbia comprendo ogni giorno di più che solo umanizzando questi luoghi di solitudine e di sofferenza si può accompagnare verso un vero recupero chi è privato momentaneamente della libertà personale. Gli istituti di pena, per molti solo luoghi di emarginazione e di "sicurezza", possono divenire una vera e propria provocazione, uno stimolo, una sfida a interrogarci affinché il nostro mondo sia più misericordioso e più attento alle persone. Accoglienza e recupero, senza puntare il dito contro chi ha sbagliato ma spalancando il cuore: ecco le strade per una vera trasformazione della persona. Penso che noi cappellani siamo chiamati ad aiutare i detenuti a scoprire la possibilità di cambiare, non come dovere ma come amore per le regole e come segno di rispetto nei confronti degli altri. È molto importante avere con i detenuti una relazione nella quale ci si riconosce reciprocamente. La prima cosa è far vedere che le regole si possono rispettare e il rispetto delle regole è vantaggioso soprattutto in carcere. È un passaggio fondamentale.
Tuttavia, personalmente, non sono riuscito a dare una risposta a tanti interrogativi che mi hanno accompagnato in questo anno. Ad esempio: è giusto togliere un padre o una madre a un figlio piccolo, spedendoli in prigione, a causa di una condanna per rapina o per un reato minore divenuta definitiva dopo tanti anni, e di cui magari l'imputato è venuto a sapere per un casuale controllo della Polizia stradale? Dov'è la giustizia nel dover lasciare un figlio e, talvolta, anche un lavoro trovato con fatica? Interrogativi che mi porto a casa ogni sera, pur tenendo conto delle esigenze di sicurezza per i cittadini e il rispetto per le vittime.
Ascoltando ragazzi e adulti comprendo come molti vivano momenti difficili in prigione. Uomini che hanno assistito anche a dei suicidi, anni molto duri, momenti di grande sconforto, di desolazione e devastazione. Il carcere è una prova più dura anche della malattia. Mentre un malato può rassegnarsi o sperare, infatti, in prigione si è sempre vigili con la mente, però ci si trova in un mondo parallelo. Fuori la vita continua, dentro il detenuto è come "parcheggiato". Una persona che è stata in cella porterà sempre quella cicatrice, ma è necessario trasformarla in qualcosa di positivo. Il carcere va vissuto con dignità. Bisogna sapere accettare, rispettare le persone che fanno parte dell'istituto penitenziario, scontare la propria pena e capire gli errori, perché solo così si può andare avanti e non tornare indietro.

*Padre Stimmatino, cappellano
Casa circondariale maschile
"Nuovo Complesso" di Rebibbia
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