Noi e la variante d'Africa né scienza né solidarietà
giovedì 2 dicembre 2021
Nulla come la faccenda Omicron sta mostrando la totale inadeguatezza dell'Europa a guidare la campagna contro il Covid. Una vignetta del cartoonist sudafricano Carlos Amato (Carlos New Frame), uno dei vignettisti di "The Guardian" esprime perfettamente la cosa. Due virus parlano al bar e uno chiede all'altro: «Allora, Omicron, quali sono in pratica i tuoi sintomi?». E l'altro, mentre legge un giornale su cui è annunciato l'embargo dei voli all'Africa Australe, risponde: «Panico..., con un tocco di xenofobia». La follia del comportamento europeo è stata messa a nudo da una lettera, che ha fatto il giro del mondo, di due importanti personalità, un mozambicano, lo scrittore e biologo Mia Couto e l'angolano Josè Edoardo Agualusa, entrambi noti in Italia per i loro libri pubblicati da Sellerio e da Nuova Frontiera. Vi si legge: «Nel giorno in cui l'Europa ha vietato i voli da e per Maputo, il Mozambico aveva registrato 5 nuovi casi di infezione, zero ricoveri e zero decessi per Covid-19. In altri Paesi dell'Africa meridionale la situazione era simile. Al contrario, la maggior parte dei Paesi europei stava affrontando una drammatica ondata di nuove infezioni. Gli scienziati sudafricani sono stati in grado di rilevare e sequenziare una nuova variante di Sars-CoV-2. Allo stesso tempo, hanno rivelato in modo trasparente la loro scoperta. Invece di ricevere applausi, il Paese è stato punito. Insieme al Sudafrica, anche i Paesi vicini sono stati penalizzati. Invece di offrirsi di collaborare con gli africani, i governi europei hanno voltato le spalle e si sono chiusi nei propri affari». Mia Couto fa rilevare che «la mancanza di solidarietà era già presente (e naturalmente accettata) nella sconvolgente disuguaglianza nella distribuzione dei vaccini». In più l'Europa ha bloccato la liberalizzazione dei brevetti proprio in un momento in cui le varianti richiedevano uno sforzo congiunto dei laboratori di più parti del mondo. Il problema è anche l'ipocrisia e l'avarizia dell'Occidente che non ha mai mandato i milioni di dosi promessi ai Paesi africani. Oggi chiudere le frontiere non serve più, proprio perché la pandemia richiede una globalizzazione della cura e non la sua settorializzazione in un'ottica di egoismo per altro suicida. È possibile che l'effetto della mondializzazione sia solo un'ideologia di facciata? Possibile che le emergenze climatiche, le politiche di conversione ambientale, le strategie per affrontare le nuove pandemie possano ancora essere concepite come problemi di un singolo Paese? Dietro questo atteggiamento non c'è soltanto un puro razzismo nei confronti dell'Africa, che continua ad avere presso di noi esclusivamente un'immagine di immenso e indistinto Paese povero e disperato, privo di una classe di ricercatori, professionisti, medici, operatori nel campo dell'informazione sanitaria. Lo scandalo è ancora più forte se si tratta di Italia, come al solito barricata dietro la favola di Cenerentola che, in quanto priva di ex colonie tenute legate a sé, non avrebbe alcuna responsabilità nei confronti del continente così vicino. Couto e Agualusa concludono: «Era prevedibile che nuove varianti sarebbero apparse dentro e fuori le mura erette dall'Europa. Ma non c'è sono: né dentro né fuori. I virus mutano senza distinzione geografica. E non ci sono due pandemie. I Paesi africani sono stati ancora una volta discriminati. Le implicazioni economiche e sociali di queste recenti misure sono facili da immaginare. Ma l'Africa meridionale è lontana, troppo lontana. Non è più solo una questione di mancanza di solidarietà. Qui si sta agendo contro la scienza e contro l'umanità».
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