Nel rimpianto delle discussioni di Beuys, i Festival «piccoli» sono forse i più belli
sabato 7 settembre 2013
Imperversano i festival letterari, come negli anni Ottanta succedeva con i convegni. C'è poco da lamentarsi. Da giovane ero molto severo e irridente di fronte a questa smania di partecipare. Ma avendo partecipato io stesso fin troppe volte, coerenza vorrebbe che fossi o più tollerante con le feste culturali o più severo con me stesso.Né l'una né l'altra cosa. Ho i miei difetti, ma anche i convegni e i festival ne hanno. Solo che evidentemente, se hanno tanto successo e si moltiplicano, qualche ragione, buona o cattiva, deve esserci. A volte la buona ragione è anche cattiva.I festival soprattutto letterari e filosofici attirano tanto perché offrono qualcosa che non si trova altrove. Le università non sono più da diversi decenni luoghi di socializzazione culturale: la controcultura degli anni Sessanta, per esempio, nasceva dal fatto che gli studenti all'università facevano amicizia, discutevano e si riunivano, frequentavano insieme cineclub e teatri underground, entravano in organizzazioni politiche. Oggi chi va a teatro (chi lo fa?) non si aspetta certo una discussione a fine spettacolo con attori, regista e magari autore.Nelle mostre d'arte si entra, si gira, si esce senza aver mai aperto bocca. Una volta l'avanguardia artistica era "dibattente": un provocatore politico come Josef Beuys disse che se offriva al pubblico prodotti artisticamente enigmatici lo faceva «to open a discussion».La mancanza di queste e altre cose (per esempio biblioteche di quartiere) ha portato in Italia al successo dei festival. Sul magazine del Corriere della Sera ne hanno parlato la settimana scorsa Elisabetta Sgarbi e Sandro Veronesi e sono stati intervistati diversi autori, fra cui Eraldo Affinati, Paolo Giordano e Walter Siti. I primi due hanno detto francamente che partecipano per non sentirsi soli. Walter Siti ha lanciato un fecondo paradosso: nei festival la cosa che lo disturba è che «c'è troppa gente». Troppa gente lo «frastorna» e per questo i festival che preferisce sono quelli piccoli, così ci si trova in pochi a parlare.Sembra un incoraggiamento ai festival che non hanno successo. Ma si può pensare che, festival o no, «in pochi è bello».
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