domenica 12 novembre 2017

Nel paese dei mongri i tramonti si tingono di un violaceo piuttosto sintomatico. I colori sono quelli dei lividi, dal blu lavanda al ribes nero. La mitologia di questi luoghi racconta che la dea luce ha venticinquemila braccia e che queste braccia sono coronate da altrettanti pugni. Di giorno la dea non smette di prendere a pugni il cielo. È normale che i suoi colpi finiscano per lasciar tracce (e questo spiegherebbe anche i nostri colpi di sole). Durante la notte i pugni si aprono e si trasformano in venticinquemila carezze. La dea vuole redimersi. All’alba, il cielo ricomincia tutto bianco e rosa, come un bambino. Ma non dura molto. Di nuovo il bambino viene colpito. Blu è del resto la sua normale carnagione. Non ci si stupirà se da queste parti la luna è vista come la testa di un dio che poco a poco viene rosicchiata da un cinghiale nero. Anche il cinghiale si pente, a ogni luna nuova. E quella luna che aveva divorato cosi lentamente alla fine la sputa, nuova, bianca, resa lucida dal soggiorno nel suo ventre. «La smorfia del dolore fa cadere la maschera dal volto», dice un proverbio mongro. Fa il paio con quest’altro: «Il vero sorriso è una ferita che guarisce». Con questi principi, ci si può fare un’idea dell’armonia che regna nelle famiglie. La donna pratica in prevalenza il morso, soprattutto del lobo dell’orecchio destro; il marito le rende la pariglia trascinandola per i capelli e facendola sbattere contro tutti gli spigoli di casa. Una giornata sembra vuota se non porta con sé la sua pila di piatti rotti in testa. E non ci si è dati all’altro a sufficienza se si non gli si è gridato in faccia fino a sgolarsi. Ma, quando vien la sera, allora son carezze e carezze a non finire. Stanno l’uno davanti all’altra e si dichiarano indegni di avere un coniuge tanto meraviglioso. Si coprono allora di regali a riprova del loro amore rinnovato. La cosa più bella per una donna è ricevere una scatola con dentro una migale: la donna mette la testa nella scatola e il ragno le depone le sue uova addosso. Un mese dopo quelle uova si schiudono e un nugolo di ragnetti corre giù per il viso. Sembra che il solletico che provocano sia particolarmente gradito. Il marito riceve spesso un calzoncino con dentro un granchio – su quello che capita, nessun commento. Seguono cure prolungate della zona morsicata. Il granchio viene poi mangiato in una cenetta romantica. I bambini non sono da meno. Ipoppanti mettono i dentini già nel primo mese. Le mamme che li allattano non si lamentano dei morsi, anzi. Ringraziano i piccoli con vigorosi pizzicotti e questo sembra renderli più svegli. Ma ci vorrebbe tutto un libro per descrivere l’educazione mongra. Al confronto, l’educazione spartana sembra sdolcinata. Fratel Ugo non avrebbe dovuto accettare così in fretta il pranzo che volevano organizzare in nostro onore. C’era da aspettarsi qualcosa di tremendo e non rimanemmo delusi. Ci servirono uno spezzatino indescrivibile che l’educazione ci impediva di rifiutare. I dolori allo stomaco non tardarono a farsi sentire, lancinanti come coltellate. Dopo una quindicina di minuti, le nostre tazze vennero riempite con una bevanda rosa-arancio che era stata portata assieme a due tinozze. Non ne capimmo subito il perché ma l’effetto della bevanda illuminò la nostra intelligenza. Era un potente emetico e ci mettemmo a riempire le tinozze con sincera applicazione. Lo spezzatino rigurgitato somigliava a quello dell’inizio. Era già stato al centro di altri festini? In ogni caso, il vomitativo ci procurò grande sollievo. Devo ammettere anche che alla fine dell’evacuazione, con le labbra ancora sgocciolanti, sia io che fratel Ugo avevamo in volto una specie di sorriso. Avevo letto da qualche parte che la purga col tabacco o con un’altra pianta amazzonica poteva avere questa virtù benefica: una doppia sensazione di leggerezza che avvolge il corpo e di traslucidità che attraversa lo spirito, come si può averla dopo un lungo periodo di digiuno. I Mongri non ci avevano ingannati. I nostri rigurgiti si erano rivelati felici. Malgrado le atroci contrazioni addominali che li avevano preceduti e malgrado il gusto acido che ci restava in bocca, lo stato in cui eravamo era più paradisiaco che se avessimo mangiato i piatti più prelibati. In fin del conti, l’economia dei Mongri si può paragonare ai banditi che si mettono in società col buon Samaritano per il profitto del locandiere. Due o tre sciamani, in effetti, avevano il monopolio delle armi e dei rimedi, degli irritanti e degli emollienti. Abitavano un po’ fuori dal villaggio, e tutti lavoravano per loro, ben al di là della raccolta delle piante nella foresta. Per recitare la grande scena del perdono, bisognava prima ferirsi e poi coccolarsi, e gli sciamani prosperavano grazie alla vendita di prodotti per fare e per guarire le ferite. Che cosa volevi dirci, mio Dio? Era questa l’immagine di una Chiesa devastata dalla simonia? O il compendio del capitalismo mondiale? Il piacere del vomitativo aveva sciolto la lingua di fratel Ugo. Era in vena di predicare e, nonostante la mia formale proibizione, si mise a parlare del triduo pasquale. Come potevo rimproverarglielo? Non eravamo li per quello ? Partire dai semi del Verbo che si trovavano nella cultura mongra, per rettificarli e condurli al loro pieno sviluppo? In verità quei semi si già erano sviluppati in mostruosità tali che quello sforzo poteva solamente esserci fatale. L’indomani, verso mezzogiorno, una delegazione ufficiale di mongri venne ad annunciarci che il villaggio desiderava farci un grande regalo che ci avrebbe fatto molto piacere. Presto ci accorgemmo delle due croci che ci avevano preparato. Evidentemente, promisero di toglierci i chiodi dopo qualche ora. E di medicare i nostri buchi. Dicemmo loro che avevamo un appuntamento urgente. Altri popoli da evangelizzare. Peccato. Sarebbe stato per un’altra volta. © RIPRODUZIONE RISERVATA (10, continua Traduzione di Ugo Moschella)

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