Mariátegui, un maestro dagli indios a Gobetti
venerdì 18 febbraio 2022
La smetterei con i dimenticati latino-americani, a cui mi legano molti ricordi per i molti amici che ho avuto, soprattutto argentini e messicani (che tra loro si frequentavano poco, tanto diverse erano le loro origini) non fosse che sia l'accademia sia l'intellighenzia che ne sta fuori non mi sembra informino, spieghino, scavino quanto ce ne sarebbe bisogno, per renderci meno superficiali e più solidali. Solo qualche giornale si eccita per due o tre giorni solo quando in questo in quel Paese capita qualcosa di grosso o che fa tornare qualche personaggio alla ribalta. Il "latino" che voglio ricordare è il peruviano José Carlos Mariátegui (1894-1930) che molti anni prima dei grandi risvegli politici, a sinistra,
degli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo (e anche della teologia della liberazione), ha ragionato sull'identità culturale del semi-continente e in particolare su quella dei dimenticati indios del suo Paese in un libro che chi si occupa della storia del pianeta negli ultimi decenni dovrebbe pur conoscere: i Sette saggi sulla realtà peruviana, diffuso in Italia solo nel 1972 dalla Einaudi, mentre gli Editori Riuniti tradussero l'anno dopo le sue Lettere dall'Italia e altri scritti. Mariátegui è vissuto infatti a Roma nel 1919 e oltre (lo ricorda una targa sulla casa in cui abitò in via della Scrofa) e ha girato la penisola, spingendosi fino a Torino
soprattutto, forse, per incontrarvi Piero Gobetti. E ci sono certamente delle affinità tra i loro modi di vivere la politica che meriterebbero di essere approfonditi. I Sette saggi sono fondamentali per conoscere in particolare il mondo degli indios del Perù, insieme ai romanzi e ai saggi antropologici del grandissimo Arguedas, in qualche modo un suo erede, ma più in generale per comprendere le basi di movimenti politici del sub-continente, una loro specificità che va oltre le letture condizionate dall'ortodossia marxista. Ma insieme a loro andrebbe considerata la rivista di Mariátegui Amauta (che in quechua è parola che indica il "maestro", colui che ha qualcosa da insegnare, maestro nel senso più altro, di guida, di profeta). Mariategui dovrebbe esserci caro, infine, per un altro motivo: perché fu il grande amico di uno dei più grandi poeti del '900, César Vallejo, morto dopo aver preso parte alla guerra civile in Spagna, morto a Parigi dove si era rifugiato povero e malato. (La Storia della Morante porta comincia con una sua dedica: «Por el analfabeta a quien escrivo»). Mariátegui e Vallejo, due grandi nomi della cultura latina del '900, ma anche del pensiero politico, dei dolori e delle speranze e della poesia di un secolo.
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