Ma anche il Poverello a Natale mangiava da re
mercoledì 3 dicembre 2014
Ludwig Feuerbach certamente esagerava quando, nel 1862, scriveva che «l'uomo è ciò che mangia», e tuttavia l'importanza del cibo è incontestabile perché l'anima si esprime attraverso il corpo, e il corpo va alimentato. Anzi, l'alimentazione caratterizza le diverse civiltà, e questo si sapeva ben prima che Claude Lévi-Strauss pubblicasse, nel 1964, Il crudo e il cotto.Espertissimo in materia è Massimo Montanari, professore di Storia medievale e di Storia dell'alimentazione all'Università di Bologna, dove dirige anche un master in Storia e cultura dell'alimentazione. Ha scritto molti ponderosi volumi in argomento, ma con I racconti della tavola (Laterza, pp. 232, euro 18) si è presa una specie di vacanza, esponendo in chiave narrativa storie e aneddoti su pranzi, cene e banchetti, attinti alla propria comprovata erudizione.In 22 capitoli sono raccontati eventi conviviali delle diverse epoche, spesso con pantagruelici menu, che gettano luce su usi e costumi qualificanti di personaggi e di saper vivere. Dante Alighieri, per esempio, si presentò alla corte del re di Napoli Roberto d'Angiò, nel 1309, con abiti trasandati tanto da non essere riconosciuto, e così fu collocato negli ultimi posti alla tavola del re. Se n'ebbe a male e se ne andò insalutato. Richiamato precipitosamente quando ci si accorse dell'equivoco, il giorno dopo si presentò al banchetto riccamente vestito, ma, fra lo stupore generale, anziché portare il cibo alla bocca, se lo spalmava sugli abiti, versandovi sopra anche il vino. Richiesto del perché di tale strampalato comportamento rispose: «L'altro giorno mi avete messo in fondo alla tavola perché ero malvestito; oggi, ben vestito, mi avete messo a capotavola. A quanto pare, fate onore ai vestiti, e dunque è giusto che i vestiti godano le vivande apparecchiate». Il re apprezzò lo spirito del poeta, e lo trattenne per qualche giorno per gustare la sua conversazione. L'episodio è narrato dal lucchese Giovanni Sercambi, agli inizi del XV secolo.Il favoloso menu per la festa di nozze a Palazzo Bentivoglio, a Bologna, nel 1487, è accompagnato da questa annotazione: «I piatti e piattini, distribuiti sulle tavole in gran numero per consentire a tutti di accedervi e servirsi, sono sempre condivisi da almeno due commensali. L'idea di un piatto individuale, che oggi ci appare normale, era a quel tempo inconcepibile, poiché si amava enfatizzare la dimensione collettiva dell'evento: un "mangiare insieme" che rappresentava e celebrava l'appartenenza al gruppo. Mangiare insieme come metafora del vivere insieme, del partecipare a interessi comuni. Questo suggeriva la parola "convivio"».L'austerità di san Francesco è ben nota, ma il santo faceva eccezione per il Natale, che doveva essere celebrato anche a mensa. Nel 1226 il Natale cadeva di venerdì e i confratelli non sapevano decidersi se l'obbligo dell'astinenza dovesse prevalere sulla festa. Frate Morico lo chiese direttamente a Francesco, che rispose: «Tu pecchi, fratello, a chiamare venerdì il giorno in cui è nato per noi il Bambino». La festa viene prima di tutto e pensarla in altro modo è peccato. Francesco voleva che a Natale i poveri e i mendicanti fossero saziati dai ricchi, e anche gli animali dovevano ricevere doppia razione di cibo e di fieno. Addirittura avrebbe voluto chiedere all'imperatore un editto per imporre ai ricchi di spargere, a Natale, frumento e granaglie per le vie, «affinché in un giorno di tanta solennità gli uccellini e particolarmente le sorelle allodole ne abbiano in abbondanza». Il Natale veniva così a trasformarsi in una sorta di banchetto cosmico. Del resto, prendere cibo è sempre un modo di entrare in relazione col cosmo, e questa è una delle molte osservazioni che si ricavano dal bel libro di Massimo Montanari.
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