Luciano Erba traduttore, ovvero «il metodo del non metodo»
mercoledì 31 dicembre 2014
Giusto, meritato, encomiabile omaggio a Luciano Erba traduttore, il grosso (anche se di piccolo formato) volume curato da Franco Buffoni, I miei poeti tradotti (Interlinea, pagine 312, euro 18,00). È un ampliamento della raccolta assemblata da Erba stesso nel 1991, col titolo Cristalli naturali, preso dall'amato (anche da me) Francis Ponge. Luciano Erba (1922-2010) è poeta classificato a buon diritto nel canone del Novecento, anche se nella sua apparente ritrosia sorriderebbe della museificazione (apparente perché Erba ritroso appariva, peraltro giustamente consapevole del proprio valore, certificato dai maggiori premi nazionali). È stato detto che la poesia è ciò che si perde nella traduzione, ma anche ciò che rimane nella traduzione. Basti pensare all'esperimento compiuto da Montale di far tradurre le sue Nuove stanze (dalle Occasioni) prima in arabo, poi dall'arabo in francese, dal francese in polacco, dal polacco in russo, dal russo in ceco, dal ceco in bulgaro, dal bulgaro in olandese, dall'olandese in tedesco, dal tedesco in spagnolo e dallo spagnolo nuovamente in italiano. Ebbene, dopo tutti questi passaggi, la poesia è ancora riconoscibile in italiano, in taluni punti addirittura migliorata, a parte che il Tu originale era femminile (sempre di Clizia si tratta) alla fine risulta maschile (tutto il caprice è raccolto in Poesia travestita, a cura di Maria Corti e Maria Antonietta Terzoli, Interlinea 1999). Erba nell'Introduzione alla raccolta del 1991 polemizzava con i filologi che, con pretese di scientificità metodologica, riducono la letteratura «a epifenomeno della lingua», rivendicando per sé «il metodo del non metodo». Par di sentirlo, col suo understatement, definirsi bricoleur, subito precisando che «il bricoleur non va confuso col dilettante né, ancor meno, col professionista; non è un praticante e non sarà mai un maestro. Il suo apparente pressapochismo sta al cosiddetto rigore dei mestieranti come un pollo di fattoria sta a un pollo di batteria» (e la rima viene naturale a Erba poeta). I poeti qui tradotti con l'originale a fronte sono prevalentemente francesi, con brevi incursioni ispaniche (Antonio Machado, Pablo Neruda) e anglosassoni (May Swenson, Thom Gunn). Villon è il poeta a cui Erba dedica il maggior spazio, e a ragione. Tradotto felicemente anche nel ritmo, mi spiace che il classicissimo «Mais ou sont les neiges d'antan» sia stato reso, per amor di endecasillabo, con «Ma dove sono le passate nevi?». Preferisco il quinario+settenario «Ma dove sono le nevi dell'altr'anno?», anche più letterale. Splendido, anche in italiano, Blaise Cendrars, così come la poesia in prosa di Francis Ponge, del quale non posso non trascrivere almeno un brano di La chèvre: «La capra, come ogni creatura, è un errore e al tempo stesso la compiuta perfezione di questo errore; miserevole e ammirevole, allarmante e entusiasmante, tutto in una volta. E noi? Certamente possiamo accontentarci del compito di esprimere (imperfettamente) tutto ciò». Erba così concludeva l'Introduzione del 1991: «Piuttosto che dar ragione di certe presenze, giustifico un'assenza, quella di Saint-John Perse, per il quale la mia passione fu tale da ridurre il tentativo traduttorio a un confuso balbettio. Succede». Magnifica ammissione e implicito omaggio ai traduttori del Nobel 1960: Giuseppe Ungaretti, Thomas Stern Eliot e anche i tedeschi Walter Benjamin, Rainer Maria Rilke, Hugo von Hofmannsthal che però gettarono la spugna. E dato che siamo ancora in clima natalizio, ecco il singolare Natale premonitore di Max Jacob: «Diceva la Vergine lavando il suo bambino: / “Bisognerà comprare un'altra spugna / e un catino di smalto che sia nuovo”. / “Aspetta!” le risponde il nuovo Nato / “la spugna dovrà servire per il fiele! / e il catino smaltato per il sangue!”».
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