Le mie parole tra la carta e la vita
giovedì 14 aprile 2022
La scrittura è, da sempre e per sempre, il mio modo di comunicare preferito. L'aver fatto diventare questa mia passione anche un lavoro non mi ha tolto nulla del fascino che da subito ha esercitato su di me. E dire che il primo approccio con la scrittura fu quanto meno problematico. Sono mancino, e quando facevo la prima elementare ancora c'erano i banchi con il buco in alto a destra per il calamaio, e si insegnava a scrivere con calamo e pennino. Parliamo dell'era giurassica, quando le penne biro erano bandite, e i mancini erano corretti anche a forza. Oltre a fare strage di pennini, facevo delle macchie assurde sui fogli, perché il mio avambraccio passava sull'inchiostro fresco. Fui fortunato, perché il mio indimenticabile maestro, Gaetano Boccia, non mi obbligò a usare la destra ma mi permise di scrivere con la biro. Così incominciai a scrivere con la Bic, e non mi fermai più.
La mia prima "pubblicazione" risale a quella prima elementare, una poesia sul giornalino della scuola, cosa che mi incoraggiò ancora di più a scrivere. Di tutto: racconti, poesie e, molto più tardi, romanzi (spinto, a questo, quasi a forza da mia moglie Cri, quindi nel caso sapete con chi ve la dovete prendere). Casa mia è disseminata, qua e là, neppure io so dove, di cose che ho scritto negli anni. Ci sono anche alcune lettere che scrissi ai miei genitori, in epoche diverse, e che – alla sua morte – scoprii che mia madre aveva conservato gelosamente. Anche quando dovevo dire qualcosa a papà e mamma, infatti, preferivo scrivere. Non perché li temessi, ma perché davanti alla carta bianca riuscivo a esprimermi molto meglio che con le parole.
Una sola cosa "importante" ho fatto a parole, senza scrivere. Ricordo anche la data, era il 22 giugno del 1981: quando mi dichiarai a Cri. Non avevo previsto di farlo quella sera, ma lo feci. Ci conoscevamo da anni, lei era la ragazza di gran lunga più bella del giro di amici che frequentavamo, quasi tutti del nostro gruppo scout, e aveva una fila di corteggiatori lunga da Roma a ovunque vogliate. Ero convinto che mi avrebbe mandato a quel paese, per cui quella sera decisi d'improvviso di togliermi il dente e incassare la buca colossale che mi aspettavo. Non andò come previsto. La sventurata rispose. E dopo cinque anni eravamo moglie e marito. Abbiamo avuto due figlie strepitose, e anche i nostri bei problemi, tanti, e molte più salite che discese. Ci siamo scelti comunque ogni giorno. Se dopo quarantuno anni, e nonostante la Sla, siamo ancora qua, una ragione ci sarà pure, non pensate anche voi?
(71-Avvenire.it/rubriche/Slalom)
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