sabato 14 dicembre 2013
Nel nostro lessico famigliare non diciamo caldarroste, tanto meno bruciate. Le castagne però in casa le arrostivamo, con entusiasmo: nell'apposito recipiente di ferro dal fondo bucherellato e annerito. Uso l'imperfetto perché la nostra vita si è impoverita anche di questo; e il nero recipiente chissà dove è finito. Non arrostiamo più castagne, da chissà quando, perché non abbiamo più voglia di farlo: è la mancanza di questa voglia, e di mille altre simili, la vera perdita; con tutto ciò che le sta (come si dice) a monte. Le castagne, appena tolte dal fornello e dal fuoco, significavano allegria: quando le mangiavamo nostro padre ci versava nei bicchieri un dito di vino rosso. Adesso suscitano in me il ricordo di quell'allegria. E il ricordo dell'allegria non è di per sé allegro; spesso è misto d'altro: di nostalgia, di senso d'un presente magari non tanto allegro. Ma comunque è un bel ricordo: ci dice che l'allegria appartiene al mondo, sempre, e ha radici nel cuore stesso della vita umana. Avevo pochi anni, pranzavo da mia nonna, e la sorella più piccola di mio padre, allora una ragazzina magrissima e bella, si levò da tavola in anticipo per correre a scuola, portando via una manciata di castagne arrostite. Chi non l'ha mai fatto? In tasca davano un vivo e grato senso di calore.
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