Laura Di Corcia e il suo mondo di parole come diorami
mercoledì 15 settembre 2021
Mi innervosiscono i libri in formato quadrato, ma questo "Diorama" (cm.16x16) di Laura Di Corcia (Tlon, pagine 108, euro 14) ha una così bella copertina con disegni di alberi un po' alla cinese, un po' radiografici, che era inevitabile sfogliarlo e poi leggerlo. Il diorama è un'invenzione di Louis Daguerre che nel 1822 incominciò a ricostruire in scala ridotta ambienti naturali con alberi e animali accuratamente riprodotti, dentro contenitori con un lato di vetro trasparente che consentiva ai visitatori di "guardare attraverso", secondo l'etimologia greca di "diorama", la scena rappresentata. I diorami fecero fortuna nei musei di storia naturale. In quello di Milano, per esempio, ci sono ottantatré diorami di varie dimensioni in dodici sale: spettacolare quello della tigre che assalta una gazzella. Il diorama, dunque, fissa staticamente una scena di per sé dinamica. Ne viene un sentore di imbalsamaticcio che è il limite di queste opere d'ingegno. Leggiamo: «Il mattino adesso è pieno di sole. / Fuori gli animali sono svegli e l'acqua torna a essere in un luogo preciso. / Andiamo via da qui? Sì, ma torniamoci sempre». Questo andirivieni dell'autrice è fotografato da Filippo Tuena nella prefazione: «La ferita di Laura Di Corcia, se fanno fede i suoi testi, parrebbe essere quella dell'altrove: quella di trovarsi, in maniera stanziale, lontana da un dove da cui proviene e che le riappare a volte in maniera imprevedibile. Allora la sua scrittura entra in azione con lo scopo di condividerlo e di segnalare le ansie che lo percorrono». Di Corcia è nata a Mendrisio da genitori italiani, ha vissuto in Lombardia i suoi primi anni per poi stabilirsi in Canton Ticino, dove lavora come insegnante. Il suo altrove, dunque, è subito dopo il confine: è un diorama, appunto, non propriamente un paesaggio, un orizzonte. La prima parte, "La catastrofe è già passata", è in poesia; la seconda, "Trincea", in prosa poetica; la terza, "Terzo passaggio", ritorna in poesia. A dire il vero, labile è la distinzione, in questo libro, tra poesia e prosa poetica; la poesia della prima parte si differenzia per i più frequenti "a capo", ma è senza struttura metrica o sillabica, per cui scivola via lasciando un delebile rimpianto. Ben quindici sono le stanze (o lasse, o strofe) del poemetto "Salem, 1692", titolo che verosimilmente allude alla città dell'Oregon dove nel 1692 avvenne un fatto di streghe, e di una strega si parla nel poemetto, strega ipogea e con «occhi di sangue» che forse ha ucciso un uomo, e c'è anche una locanda in cui si gioisce «nel bieco del vino», insomma non si capisce quasi niente in un'evocazione poco interessante. Più a proprio agio ci si sente nella seconda parte, dove le sei pagine della sezione "La parola" sono scandite in aforismi. Eccone uno: «La parola può spiegare tutto, ma c'è qualcosa che urla sotto la pelle che le rimane estraneo, lontano. Così la parola e l'urlo si voltano la schiena, si evitano, guardano in due direzioni diverse». Il libro si conclude con due versi in corsivo: «E le cose visibili diventano invisibili / e le cose invisibili diventano visibili». Sarebbe un bellissimo inizio.
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