Labor: sposo padre, prete medico, ebreo per sempre
sabato 10 luglio 2021
Marcello Loewy, o Marcello Labor, non solo raro, ma proprio assolutamente unico, e basterà poco a capirlo: classe 1890, morto a 64 anni il 29 settembre 1954. Origine ungherese, ma madre triestina, ebreo - e lo ripeteva spesso: «Resterò sempre ebreo!» – medico, e soprattutto dei poveri, marito esemplare, padre di famiglia – tre figli – poi ordinato prete, rettore del Seminario diocesano a Trieste, parroco della Cattedrale di San Giusto – quella delle «campane che suonano a distesa» –… Tutto qui? Macché! Dichiarato «servo di Dio» l'11 giugno 2000 e «venerabile» dalla Congregazione dei Santi il 5 giugno 2015, con decreto pontificio firmato Francesco. La sua vita: ricca famiglia di origine, studi a Trieste con accanto tra i compagni di classe Scipio Slataper e Gianni Stuparich. Il cognome originario lo vuole modificato in Labor, per sottolineare la sua italianità.
Nel 1912 sposa con rito ebraico Elsa Reiss, e gli eventi di guerra lo portano a Lubiana dove riceve il Battesimo insieme con la sua sposa. La fede cristiana giunge dopo qualche anno di indifferenza, con la caratteristica della sua professione medica totalmente a servizio dei poveri soprattutto nella città di Pola. Studia in particolare la cura della tubercolosi, e la medicina geriatrica. Intanto mette al mondo tre figli... La vera svolta “cristiana” è del 1929 con l'impegno nell'Azione Cattolica e nella San Vincenzo locale. La sua Elsa si ammala: le amputano una gamba e lei prima di morire sorridendo sulla sua dedizione al servizio di tutti preannuncia: «Quello alla mia morte si fa prete!». Lei muore nel 1934, lui dona tutto ai suoi figli e ad opere di bene e poi, per devozione a san Giovanni Bosco chiede di entrare tra i salesiani che imbarazzati si negano, e allora entra nel Seminario di Trieste e il 21 settembre 1940 è ordinato prete: lo fanno rettore del Seminario di Capodistria, ma arrivano le leggi razziali e come ebreo è costretto in esilio a Portogruaro: semplice prete tra la povera gente. Finita la guerra torna a Capodistria, ma l'impegno caritativo e soprattutto la parola forte di protesta contro la dittatura titoista lo portano di nuovo in prigione: arrestato il 13 agosto 1947 è condannato ad un anno, ma a fine anno è liberato.
Il vescovo lo vuole direttore spirituale dei seminaristi e parroco della Cattedrale di San Giusto a Trieste. Accetta e si trasferisce di nuovo. Anche la Rai in quegli anni trasmette le sue prediche domenicali. Nel 1953 torna in Seminario, ma il 29 settembre 1954 è vittima di un infarto, che subito riconosce come mortale. Lo hanno già fatto anche monsignore e lui ha disposto per iscritto di essere seppellito «povero e nudo: povero, poiché quanto mi si trovano indosso o intorno appartiene alla Chiesa; nudo, ossia solo con la mia amata veste talare, senza insegne, berretti o paramenti mi sento tanto povero davanti a Dio!». Esemplare, ma c'è ancora qualcosa da aggiungere anche oggi. L'“Avanti!” (1/7 p. 19) ha ricordato le sue idee vicine ad un ideale di «socialismo cristiano e cattolico» evocato tante volte, raccontando che oltre vescovi e teologi che negli anni lo hanno testimoniato –
per esempio Hèlder Camara che si definiva « socialista del Vangelo» – uno dei figli di Marcello Labor è stato Livio (Leopoli, 1º luglio 1918 - Roma, 9 aprile 1999) politico, giornalista e sindacalista italiano, quinto presidente delle Acli a fine anni '60, che fu tra i primi a tentare in concreto la via di un pluralismo politico effettivo tra i cattolici italiani nei confronti dei partiti, e in particolare della DC a poco a poco sulla via di esaurimento. Livio Labor ideò un «Movimento politico dei lavoratori» che ebbe scarso successo nelle elezioni politiche di inizio anni 70, e come presidente delle Acli segnò un momento di difficile comprensione reciproca anche all'interno del mondo cattolico. Com'è noto furono anni nei quali le Acli, prima di Labor e poi di Emilio Gabaglio dovettero affrontare anche vicende dolorose, via via negli anni superate e certamente non inutili ad una piena liberazione delle energie del Vangelo e della testimonianza cristiana in una società avviata al terzo millennio.
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