giovedì 26 aprile 2018
Sono passati ottant'anni da quando Johan Huizinga diede alle stampe il suo Homo ludens e settanta dall'anno in cui Hugo Rahner tenne pubblicamente la non meno fondamentale conferenza intitolata Der spielende Mensch. Ambedue i pensatori si mostravano profondamente preoccupati dell'orientamento che l'Europa e il mondo occidentale tutto sembravano abbracciare e intraprendere senza freni: J. Huizinga rifletteva sull'essenza della civiltà umana alla vigilia dello scoppio del secondo conflitto mondiale; il Rahner, riprendendo da un'altra prospettiva il discorso dopo l'esperienza della ferocia bellica che tutto aveva devastato, meditava, con notevole acume storico e filologico, sui documenti letterari e teologici che nella libertà dal negotium soffocante e strumentalizzato identificavano il vero fine ultimo dell'uomo. Gli uomini, infatti, potranno resistere allo sfrenato utilitarismo, solo se lo sostituiranno con lo slancio creativo e affrancato da ogni avidità di guadagno, se coltiveranno per sé stesse le cose che per sé si devon coltivare, se si dedicheranno agli altri con gratuità altruistica; se terranno lo sguardo affiso a un'utopia non disgiunta da un sereno e pacato equilibrio; se, seguendo l'esempio d'Erasmo, sorrideranno guardando al teatro delle vanità del mondo, memori però della dignità dell'essere umano in senso pichiano; se cercheranno di raggiungere una preziosa moderazione nel godimento delle gioie semplici della vita, che son sempre lontane dagli eccessi sregolati e esorbitanti; se, più d'ogni altra cosa, guarderanno la vita beata come finalità dell'uomo teso verso la socialità, l'armonia, la bellezza, l'arte, la musica, la letteratura come patrimonio “mondiale”, goethianamente intesa; se cercano quel pensiero razionale, che si realizza nella virtù,
ed è anzi principio della vera felicità. Tutto questo, dunque, informa l'animo umano d'un certo slancio ludico, tanto da trarne una visione dell'esistenza in cui il saper vivere sia l'elemento temperante, nella consapevolezza della natura dell'uomo come animale razionale e sociale. Una volta acquisita la coscienza di tutto ciò, non prenderemo più lucciole per lanterne, mentre inseguiamo non so quale “efficienza”, “produttività”, “redditività”, della cui necessità ci convinciamo tramite un'ossessiva e insensata ripetizione di frasi fatte; come, in tempi di tristissima memoria, si diceva che Arbeit macht frei, che «il lavoro rende liberi». Tutto questo, bisogna chiedersi, da che cosa deriva, se non da un falso senso di colpa inculcato coll'inganno, sotto il cui giogo vuol sottometterci coloro chi vuol trasformare gli uomini, come avvertiva Eric Kahler, in mere “funzioni”, piuttosto che scrutare i loro animi; e che son pronti a privarli e a privarsi dei propri affetti, del vincolo sociale, dell'uso di ragione e parola, e, in una parola, della stessa umanità, facendo degli esseri umani null'altro che mere ruote dentate non d'una società, ma d'una macchina del profitto e degl'interessi di pochi, a scapito di molti?
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