La svolta di Abu Dhabi e l'inerzia di Bruxelles
martedì 12 febbraio 2019
Abu Dhabi chiama, Bruxelles non risponde. Già a caldo, il giorno dopo la storica firma della dichiarazione islamo-cristiana negli Emirati, sulla prima pagina di questo giornale Giuseppe Lorizio ha parlato di un "messaggio all'Europa", chiaramente leggibile nel documento sottoscritto il 4 febbraio da papa Francesco e dal grande imam di Al-Azhar.
A distanza di una settimana, si può tranquillamente concludere che nessun concreto segnale di "ricevuto" è ancora emerso dai vertici, tanto nazionali quanto comunitari, di questa Unione distratta e quasi imbambolata dalle sue beghe intestine e dai suoi risorgenti egoismi nazionali. Eppure, solo per dare uno spunto minimo di riflessione, all'interno dei suoi confini si contano già oggi non meno di 26 milioni di residenti di religione islamica, in gran parte dotati di cittadinanza comunitaria a pieno titolo, poco sotto il 5 per cento della popolazione complessiva. E le più accreditate stime sulle tendenze demografiche in atto indicano che, per metà secolo, il loro numero toccherà quasi certamente quota 50 milioni, portandone la quota percentuale molto vicina alle due cifre.
Possibile che nulla e nessuno, neppure un evento di portata così epocale come quello prodottosi nella penisola arabica, riesca a scuotere l'establishment continentale da questa sua incredibile apatia? Che cosa deve accadere affinché qualcuno che conta si scuota dal torpore e alzi la voce, per dar vita a una discussione seria sullo scenario che si è aperto grazie al coraggio di due uomini di fede? Irretita dalla sua scelta secolarista, quella sancita dal rifiuto di citare qualunque richiamo esplicito alle sue radici religiose nelle nuove "carte" fondative, la vecchia "nonna" Europa (copyright Bergoglio) si ritrova incartapecorita anche sul terreno geopolitico e culturale. Non riesce più a percepire i segnali della storia, proprio lei che l'ha guidata e condizionata per secoli.
La portata simbolica di quella doppia firma, prima ancora di scorrere il testo della dichiarazione, doveva imporsi in maniera fulminea. Così come fu immediato il segnale trasmesso dalla tragedia delle Torri gemelle – ossia la minaccia di una immane guerra di civiltà – allo stesso modo si doveva (e si deve ancora) cogliere con tempestività il messaggio, di segno diametralmente opposto, lanciato dal cuore di un islam che sta forse cominciando a voltare pagina. E al tempo stesso da una Chiesa cattolica pronta a mettersi in gioco senza paura, a scendere in partibus infidelium senza pretese di insegnare nulla, ma solo con il desiderio di rendere testimonianza al suo Signore. Si può capire che, per chi è abituato a considerare le religioni un articolo da antiquariato e i credenti cittadini di serie inferiore, le sette pagine del documento sulla "Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune" non suscitino particolare fascino.
Ma quando vengono chiamati in causa i destini e gli orientamenti di tre miliardi di persone, anche le menti più scettiche e votate al razionalismo dovrebbero scuotersi e porsi delle domande. Non a caso, rivolgendosi, prima ancora che ai politici, «agli intellettuali, ai filosofi, agli uomini di religione, agli operatori dei media e agli uomini di cultura», la Dichiarazione esprime la ferma convinzione che tra le cause di crisi del mondo moderno figurino «una coscienza umana anestetizzata e l'allontanamento dai valori religiosi», oltre che l'individualismo e il materialismo. Ma quelle parole non intendono colpevolizzare, quanto invitare al confronto, più precisamente al dialogo, anche con quanti, dichiarandosi credenti, vogliono impegnarsi per impedire che la loro fede venga usata per sopraffare e suscitare nuovo odio.
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