La pubblica moralità? È questione di buon gusto
mercoledì 18 gennaio 2012
Vilfredo Pareto (1848-1923), oltre che economista e sociologo, è anche un ottimo scrittore, il che non guasta. Appartiene alla schiera degli economisti "marginalisti" il cui capostipite è Léon Walras, al quale Pareto succedette nella cattedra di economia dell'Università di Losanna, nel 1894. Sia Pareto, sia Walras provenivano da studi d'ingegneria. Pareto fu nominato senatore da Mussolini, ma, morendo nel 1923, non fece in tempo a vedere la piega che il fascismo avrebbe preso. Nel 1910 Pareto pubblicò Il mito virtuista e la letteratura immorale, che Liberilibri (Macerata 2011, pp. 216, euro 18) oggi sottrae all'oblio, riproponendo con poche correzioni l'antica traduzione del "giovane" Nicola Trevisonno (a p. 49 è rimasto un "dai scultori"). Con neologismo paretiano, i "virtuisti" sono i bigotti intolleranti e spesso ipocriti che pretendono di imporre per legge la morale, soprattutto e quasi esclusivamente in materia di "oscenità". Non che Pareto sia favorevole all'oscenità e al libertinaggio, ma ha buon gioco nel dimostrare l'inafferrabilità di una definizione giuridica dell'ipotetico reato, e si diverte fin troppo ad antologizzare le "oscenità" di taluni passi della classicità greca e latina, che neppure l'Index post-tridentino aveva proscritto. L'invito di Pareto, oltre a proclamare la libertà di opinione a meno che non vengano violate le regole dell'ordine pubblico, è a non scambiare gli effetti con le cause. Se la famiglia e la scuola vengono meno ai loro compiti educativi, non è proibendo il commercio di cartoline licenziose che la moralità sarà salva: «È il buon gusto, la buona educazione che possono decidere in questa materia complicata, delicata e variabile, e non i Tribunali»; «La vera sicurezza voi l'avrete, anzitutto, se saprete ispirare a vostra figlia il disgusto dell'oscenità, poi se vi darete la pena di sorvegliarla». Insomma, contrariamente a quanto affermava la circolare del 16 gennaio 1910 emanata dal ministro dell'Interno Luzzatti, ripetutamente ridicolizzata nel libro, non è lo Stato «il più alto tutore della pubblica moralità». E sia lode agli antichi romani, che sapevano distinguere «tre cose molto differenti: il virtuismo, la temperanza, la dignità. I romani ignoravano la prima, tenevano in grande considerazione la seconda, ed in maggiore la terza». Le considerazioni paretiane non hanno solo un interesse storico o di curiosità: come ben scrive Franco Debenedetti nell'introduzione, oggigiorno il "virtuismo" si è metamorfizzato nel "politicamente corretto": «"Lotta continua" non guida più cortei, invece di università e fabbriche occupa le scrivanie dei direttori di giornali e Tv. Per quelli che non sprofondarono nel mondo coatto della lotta armata, è l'istituzionalizzazione delle "conquiste": le libertà diventano diritti, codificati in leggi, dettagliati in regolamenti, garantiti da magistrati, sorvegliati da autorità. E, se non basta, affermativamente imposti in "quote". Al potere, di cui si denunciava l'oppressione, ora si chiede di esercitare la protezione». E ancora: il "virtuismo" dell'epoca di Pareto «chiedeva al potere di dare la caccia all'immorale, per mantenerlo "fuori dalla scena" e impedire che si mostrasse in pubblico: il nuovo virtuismo va alla caccia dell'immorale all'interno del potere stesso, per renderlo visibile al pubblico. Così si compie l'evoluzione dall'esibizionismo al voyeurismo: quello sbraitava e gesticolava dal balcone del palazzo; questo sbircia e origlia nel corridoio del palazzo, nella stanza dell'albergo, nel salone della villa». L'allusione a fatti e persone dei giorni nostri è volutamente trasparente.
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