domenica 3 aprile 2016
Hanno scritto molto della Pasqua, specialmente i quotidiani laicisti, ma in modi assai poco pasquali. Sul Foglio (sabato 26) uno che sembra un buon cristiano ma assai poco informato, lamenta che «declinano le visite ai sepolcri del Giovedì Santo» e si dice disponibile a «dare qualcosa (offerta in busta chiusa) affinché qualcuno mi venga a benedire la casa: abito da molti anni in una via del centro di una città piena di chiese e non ho mai avuto il piacere di una scampanellata parrocchiale». Forse avrebbe potuto andare lui in chiesa, la casa di tutti, lasciando la busta in una delle cassette delle offerte ed evitando così una benedizione a pagamento. Anche il Corriere della Sera (martedì 29) brontola e scrive: «Come è cambiata la nostra Pasqua: vince la sobrietà sul consumismo... è l'anno del vegano dal primo al dolce... code nei musei e agriturismo pieni... l'uovo gourmet batte la colomba e il cioccolato vince fondente«. Il Fatto Quotidiano paganeggia: «Il nostro martire è l'agnello, lui il capro espiatorio..., l'animale che col suo sangue leva a noi tutti i peccati... Questa è la settimana del sacrificio animale...». La Repubblica, dopo un lungo articolo di Vito Mancuso quasi ortodosso (sabato 26), ha dato la parola, Domenica, al perseverante Corrado Augias. Eccone uno stralcio: «Anche da un punto di vista non legato alla religione, la Pasqua celebra la resurrezione non di un personaggio divino bensì della natura dopo la paralisi invernale». L'atteggiamento paganeggiante dei cosiddetti laici suggerisce una considerazione. La Pasqua è da almeno quattromila anni una festa religiosa di ebrei e cristiani, della quale, però, usufruiscono tutti: vacanze, viaggi, riunioni familiari, mangiate. Non sarebbe il caso di usarle rispetto, di non ridurla a una festa mitologica? L'ICONA DELLE ICONESui giornali è diventata una "icona delle icone", un idolo, che dal 15 di questo mese troverà casa nel Vittoriano (l'Altare della Patria...) fino al 30 ottobre. È Barbie, la bambola totem, la più famosa del mondo che purtroppo ha messo fuori gioco il bambino di cui aver cura. Nei suoi 57 anni di età (era "nata" nel marzo del 1959 alla Fiera del Giocattolo, di New York) e ha interpretato tutti i ruoli possibili (150) mutando gli abiti per confezionare i quali – informa Il Tempo (31 marzo) – sono stati usati, nel tempo, 980 milioni di metri di tessuto. Se n'è occupata anche La Repubblica (30 marzo) ma quello che più l'ha celebrata (il 22 marzo) è Il Fatto: «È una delle icone più icone di sempre», ha scritto cooptando la definizione del Mudec, il Museo delle culture di Milano. e del Musée des Arts Décoratifs di Parigi, che l'hanno esposta in 700 modelli di vestiario, comprese le tute da operaia. È per questo che Il Fatto, quotidiano di sinistra, l'ha chiamata, pur essendo americana, «un'icona tra le donne nel mondo del lavoro». Decisamente troppo.
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