La nostra epoca divisa tra «influencer» e no
domenica 13 gennaio 2019
Non volete influenzare nessuno? Non avete alcuna intenzione di orientare gli acquisti di beni di consumo di parenti, amici, conoscenti e sconosciuti? Non ve ne importa un fico secco delle mode, delle tendenze, dei marchi grandi e piccoli, noti e meno noti? Ebbene, siete dei rari esemplari di ininfluencer. Di più. Non intendete essere d'esempio per nessuno, e se avete la sensazione che qualcuno stia cercando di imitarvi, vi fate un serio esame di coscienza? Dedicate l'attenzione massima al beni immateriali, quelli di cui non si può fare commercio, e minima a quelli materiali? Siete degli ininfluencer esemplari, vi piaccia o no.
La parolaccia di oggi è influencer, che preferiamo scartare e bonificare, trasformandola in influenzatore o condizionatore, che però si presta a facili equivoci: no, non parliamo di produzione di aria fredda, ma della scoperta dell'acqua calda. Da sempre esistono personaggi che, per calcolo o loro malgrado, sono leader a cui la gente attribuisce il potere magico di compiere le scelte giuste, quelle capaci di far avere successo in società. Parole giuste, abiti giusti, automobile giusta, vacanza perfetta. Per l'applicazione ingiustificata della proprietà transitiva, se mi vesto e parlo e mangio e ho la stessa auto dell'uomo e della donna di prestigio, anch'io sarò prestigioso.
Affidarsi all'influenzatore comporta due conseguenze sicure, una positiva e una negativa: all'inizio ti senti bene, a posto; l'ansia da irrilevanza sociale è placata. Ma presto o tardi, di solito assai presto, notando che resti comunque irrilevante l'ansia torna a montare; finché ti accorgi che l'influenzatore ha cambiato modello di scarpe e il gioco è fatto, il problema sta nelle scarpe da cambiare, l'ansia si placa, ma subito riemerge e così via, all'infinito, perché quello dell'influenzatore è un gioco dell'oca in cui viene respinto continuamente alla partenza, dove però trovi ad attenderti un dado nuovo, magico, che ti farà volare all'arrivo. Anzi, no.
Gli influenzatori, si diceva, esistono da sempre. Dall'antica Grecia, dalla Roma dei Cesari, passando per il caso esemplare di Beau Brummel fino ai giorni nostri. Si dice che negli anni Ottanta, nella Milano (anche a Roma?) del riflusso e dell'edonismo reaganiano, quando il marchio dei tuoi jeans divenne più importante delle tue idee sul mondo e sulla vita, le aziende più brillanti individuassero nei licei, nei gruppi giovanili, nelle discoteche i leader spontanei, i ragazzi che godevano di prestigio e credibilità presso i coetanei, invitandoli a indossare i loro pantaloni, scarpe, giubbotti imbottiti, bibite gassate. Regalandoglieli. E garantendo un'adeguata fornitura.
Leggende? Erano influenzatori nell'era B.I., before Internet. Con l'avvento del web e dei social network, costoro sono passati dall'umile artigianato all'età industriale. Non si limitano a cambiar d'abito di continuo e a bere bibite gratis, ma fanno pure soldi a palate, se sanno compiere le scelte giuste e hanno potere di seduzione. Nulla di nuovo davvero. Dagli imbonitori di piazza, venghino siori venghino, con i loro elisir mirabolanti che alleviano i dispiaceri, danno sicurezza e rendono felici, ai boss del web, di Instagram e Twitter e quel che verrà.
Tutto ciò non vi seduce? Ne siete refrattari? Siete ininfluencer. Forse siete gli ultimi epigoni della società di produttori contrapposta alla montante società dei consumisti. Il vostro pensiero non è fisso su che cosa consumare o far consumare, ma su che cosa creare, costruire, far crescere. Qualcuno è ciò che consuma; qualcun altro è ciò che sogna. Ininfluencer die hard, e per dispetto neanche lo traduciamo.
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