La morte non è la fine di tutto ma non ci colga impreparati
sabato 24 settembre 2022
Due articoli sulla morte proprio all'indomani della scomparsa della regina infinita (21/9)? Semplice coincidenza priva di significati reconditi. Su due giornali dichiaratamente e orgogliosamente di destra? Altra coincidenza, perché il destino ultimo dell'essere umano interessa a tutti. Tant'è, il tema è talmente raro sui quotidiani che Press Party non può ignorarlo. Il primo servizio, (sul “Giornale”) è metafisico, il secondo (su “Libero”) molto materiale. Il primo è l'intervista di Matteo Sacchi a Guidalberto Bormolini, tanatologo (studioso della morte e oltre). Titolo: «La morte non è la fine e Battiato lo sapeva». Bormolini, barbona candida da anarchico russo dell'Ottocento, vanta un curriculum vario e interessante: falegname, liutaio, laureato alla Gregoriana, dottorando al Sant'Anselmo, docente al Master “Death Studies & the End of Life” dell'Università di Padova (abbiamo controllato: esiste). Tra le tante cose afferma: «La morte va integrata nella vita. La morte va vista come un'apertura di possibilità, attraverso un percorso meditativo, come nelle culture antiche... Basti pensare a tutti quei rituali in cui ad esempio un ragazzo “muore” per risvegliarsi uomo». Finale brillante: «Le tradizioni popolari vivono di ironia sulla morte, di sdrammatizzazione sulla morte, ci sono begli studi sul tema come quello di Carlo Lapucci: ciò che è spirituale deve poter anche essere spiritoso». Alla morte occorre prepararsi, dunque. Anche materialmente. Titolo su “Libero”: «Gli italiani sono allergici ai funerali e ai testamenti». Scrive Claudia Osmetti: «Quasi sette italiani su dieci, nell'ultimo anno, hanno fatto almeno una capitata al camposanto; più della metà di noi, tuttavia, a come vuol essere sepolto non ci ha manco pensato». È una delle conclusioni tratte leggendo il «corposo rapporto» dell'Orme, Osservatorio della ricerca sulla morte e sulle esequie dell'Istituto Cattaneo di Bologna. Non che gli italiani non pensino alla morte: sette su dieci l'hanno fatto almeno una volta, un quarto ci pensa spesso. Ma, da italiani, non ci organizziamo. Ad esempio, «il 69% non ha lasciato disposizioni nemmeno sul come e sul dove (far) svolgere la propria cerimonia funebre». Piuttosto, l'89% dei funerali si svolge in chiesa: siamo secolarizzati, ma fino a un certo punto. “Quel” punto.
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