giovedì 8 marzo 2018
J.R.R. Tolkien non aveva ancora smesso di scrivere, George R.R. Martin non era nemmeno nato, e l'Italia aveva già il suo Signore degli Anelli, il suo Trono di spade. Succedeva nel 1941, con il Paese in guerra da un anno e i giurati della Mostra del cinema di Venezia che assegnavano la Coppa Mussolini a un film che, sia pure tra battaglie e agguati, finiva per celebrare la forza liberatoria della pace. La pellicola si intitolava La corona di ferro ed è, ancora oggi, uno strano e affascinante oggetto cinematografico. La dimostrazione, in un certo senso, di come nessuna censura sia talmente efficace da non poter essere aggirata. Certo, dalla sua il film aveva molti elementi di vantaggio, a partire dalla sceneggiatura, che portava tra le altre la firma di Corrado Pavolini, legato al regime per questioni familiari (il fratello, Alessandro, fu ministro della Cultura popolare e poi segretario del partito durante la Repubblica sociale). Popolarissimo all'epoca – e anche in seguito – il regista, Alessandro Blasetti, per non parlare del cast, composto da attori e attrici di straordinario richiamo, dallo stentoreo Gino Cervi all'aitante Massimo Girotti, da Elisa Cegani a una delle grandi dive del Ventennio, Luisa Ferida, uccisa nel 1945 dai partigiani insieme con il marito Osvaldo Valenti, che pure figura tra i protagonisti della Corona di ferro a fianco di Paolo Stoppa, di Rina Morelli e del gigante Primo Carnera.
Il valore del film, però, va molto al di là di queste considerazioni storiche. Ancora oggi, a quasi ottant'anni di distanza, la fiaba medievaleggiante di Blasetti resta uno spettacolo di innegabile suggestione. Basta tornare alle sequenze iniziali, quando lo scontro fatale che ha portato sul trono di Kindaor l'usurpatore Sedemondo si è ormai concluso e per le terre devastate del regno nemico si aggirano orfani e sfollati terribilmente simili a quelli che, da lì a poco, riempiranno il paesaggio dell'Italia bombardata. Nulla di buono può venire dalla guerra: questa, in sintesi, la morale di una favola che non risparmia scene anche abbastanza crude per la sensibilità di allora.
Pur nella generosità dell'allestimento, l'impianto teatrale resta ben riconoscibile e, se nei casi di Tolkien e di Martin il modello è costituito dai drammi shakespeariani, per La corona di ferro il rimando obbligato è semmai alla tradizione del melodramma. Gli ingredienti del fantasy contemporaneo, però, sono già presenti: predestinazioni e profezie, dinastie che oppongono e si intrecciano, eroi – ed eroine – che in solitudine contrastano un destino altrimenti immutabile. Ma c'è un tratto di originalità che merita di essere sottolineato. Mentre nel Signore degli Anelli, così come nel Trono di spade, il racconto si colloca in un contesto del tutto immaginario (che appare tanto più realistico quanto più, per paradosso, è estraneo alla realtà), La corona di ferro si svolge in un territorio neutro all'interno di quella che si presenta come una narrazione storica. Il monile indicato dal titolo non solo contiene un chiodo della Croce di Cristo, ma viene anche presentato come un dono dell'imperatore di Bisanzio al Papa. È un segno che la vicenda si svolge nel nostro mondo, anche se quello che visitiamo è invece un mondo incantato, al quale è dato di recuperare profondità e concretezza solo nel momento in cui la preziosa reliquia torna alla luce. Il successo del film Blasetti e la sua stessa abilità di passare indenne attraverso le maglie della propaganda si devono alla capacità, propria del cinema, di delimitare uno spazio fuori dalla storia, ma a partire dal quale la storia può essere compresa e giudicata. Anche quando il buio in sala precede di poco l'oscuramento bellico.
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