La biografia “diplomatica” di Cristina di Belgioioso
mercoledì 9 ottobre 2019
La già corposa bibliografia sulla principessa Cristina Trivulzio di Belgioioso (1808-1871), eroina del Risorgimento, scrittrice, protagonista dei salotti parigini, si arricchisce della biografia pubblicata da H. Remsen Whitehouse nel 1906, e tradotta con nitore da Ada Grossi (Meravigli, pp. 224, euro 15). Whitehouse (1857-1935) fu un diplomatico statunitense, studioso di storia europea, console generale in Guatemala e in Messico; nel 1917 fu assistente speciale della Legazione Usa in Svizzera, e il re Umberto I lo insignì della croce dell'ordine cavalleresco dei Santi Maurizio e Lazzaro, con il grado di commendatore. Questa biografia, nuova per il pubblico italiano, è redatta in stile diplomatico, nel senso che l'approfondita documentazione è restituita senza digressioni romanzesche, bensì in sintesi quasi protocollare, chiara e plausibile. La principessa era bellissima, immortalata nel celeberrimo ritratto che Henri Lehmann le fece nel 1843, purtroppo riprodotto malamente in copertina. Ho letto tutto quello che mi è capitato nei riguardi di Cristina, anche se come fonte di riferimento restano i tre volumi di A. Malvezzi, pubblicati dai Fratelli Treves, 1936-37: Le prime armi, 1808-1832; La seduttrice, 1833-1842; Pensiero e azione, 1843-1871. Whitehouse s'innamorò di quel ritratto, e lo descrive così: «Mette in risalto le caratteristiche non comuni del viso della principessa, raffigurata seduta, con le mani giunte, lo sguardo rivolto all'osservatore. I morbidi capelli scuri, divisi nel mezzo, sono raccolti indietro a coprire le orecchie, di cui si vedono soltanto i lobi, ornati da due grandi perle; i grandi, splendenti occhi neri che ardono sotto la fronte alta sono incastonati in un ovale perfetto dal colorito simile alla cera o al marmo antico; le linee delicate del naso e della bocca; il collo lungo e sottile, che scaturisce da spalle fin troppo fragili per sostenere la piccola testa regolare: tutto concorre a rendere perfetto un viso in cui non c'è traccia di sensualità ma dal quale, al contrario, s'irradia la spiritualità dell'asceta». Nella vita di Cristina ci sono tutti gli ingredienti per un feuilleton avventuroso. Sposata giovanissima al bel principe Emilio di Belgioioso, che la tradiva sistematicamente con aristocratica eleganza, presto si ritrovò sola, pur mantenendo i contatti con l'ex coniuge. Per esempio, quando Emilio apprese che Cristina aveva venduto i suoi gioielli per sovvenzionare un complotto parigino, le offrì quarantamila lire perché li potesse almeno in parte ricomprare; con ammirevole dignità, l'offerta fu declinata. Peraltro, Emilio legittimò la figlia Maria che Cristina aveva avuto, a quanto pare, da François-Auguste Mignet, scrittore e consigliere di Stato francese, nel 1838. Politicamente, dapprima Cristina ebbe fiducia in Carlo Alberto, ma dopo la sconfitta di Novara abbracciò l'ideale repubblicano di Mazzini, accanto al quale partecipò all'effimera Repubblica Romana del 1849. Un invito alla lettura del testo di Whitehouse: la prosa accattivante della traduttrice Ada Grossi farà il resto.
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