La “colombera” di Roncalli e quel grazie di Wojtyla
sabato 16 marzo 2013
Nello scorrere le mie vecchie carte ho trovato alcuni appunti sugli incontri con i Pontefici. Il primo fu con Pio XII al quale era stata chiesta un'udienza privata in occasione del mio matrimonio. Ci venne concessa, ancora fidanzati, nella residenza papale di Castel Gandolfo. Il mio fidanzato in abito scuro e io in un completo nero dove un velo di mia madre quasi mi nascondeva il viso, ci trovammo in ginocchio davanti al Santo Padre che ci benediva. Pio XII mi chiese notizie di mio padre, allora presidente del Consiglio e io che non avevo timori, né vergogna risposi: «Sta bene, ma se fosse aiutato un po' di più...». A quel punto un'esplicita gomitata da parte del mio futuro marito mi impose di non andare avanti con qualche inopportuna spiegazione. Un ricordo che è rimasto sempre vivo nel mio cuore è l'incontro con papa Roncalli, Giovanni XXIII. Egli ebbe la bontà di ricevermi assieme a mia madre nel suo studio privato, dove ci intrattenne con una conversazione tanto familiare da raccontarci che aveva nostalgia della sua «colombera». Quando ci alzammo volle accompagnarci fino alla porta, ma a quel punto, ricordando che ciò non era previsto dal protocollo, ci fece di nuovo sedere dicendo: «No, non si può. Ora suono e allora voi potete andare». Ho tenuto tra i miei ricordi un biglietto che egli aveva scritto a mio padre nel 1953 dove diceva «...rispetto, ammirazione, partecipazione intima di sollecitudini, invocazione di grazie celesti per la sua persona e per tutto ciò che Ella rappresenta per la Chiesa e per la nostra diletta patria». Della famiglia di Paolo VI eravamo amici di vecchia data e per questo mi pare giusto ricopiare alcune righe che mia sorella, religiosa dell'Assunzione scriveva a Sua Santità: «Grazie per il bene che ha voluto alla nostra famiglia, e per le Messe di Natale nei tristi anni di guerra e per aver accettato di accogliere i miei voti religiosi in nome del Signore». Di papa Luciani è rimasto il sorriso gentile che ha attraversato per pochi mesi la nostra storia di cattolici per lasciare poi la sede papale a quel vento nuovo di Giovanni Paolo II. Sentii per la prima volta papa Wojtyla parlare di mio padre, in occasione di un'udienza coi ministri degli esteri dei Paesi d'Europa, in una sala del Vaticano dove anche la mia famiglia era stata invitata. Ma ciò che mi ha lasciato maggiore commozione è stato quando Giovanni Paolo II, già molto ammalato, nel ricevermi assieme a mio figlio, in un'udienza di poche persone, ebbe per lui un grazie accompagnato da una carezza per il lavoro di restauro che aveva portato a termine nell'atrio di San Pietro. Fu un addio. Per ultimo come non ricordare con dolcezza l'incontro con Benedetto XVI quando gli portai la pubblicazione di un convegno tenuto in Assisi da un gruppo di cattolici impegnati per una Società dell'Amore? La sua profonda intelligenza e la grande cultura si nascondevano sotto un timido sorriso. Oggi il Signore ci ha inviato papa Francesco che in un grande esempio di umiltà ci ha chiesto di aiutarlo con le nostre preghiere.
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