L'ultimo cerchio
mercoledì 30 settembre 2020
L'ultimo cerchio ha lo stesso sapore del primo: vorrei assomigliasse tanto a quei messaggi in bottiglia che i marinari di lunghe rotte un tempo lanciavano in mare. Dentro c'era una lettera, a volte due spiccioli, più spesso qualche sigaretta per ricompensare chi trovando quella bottiglia si prendesse l'onere di recuperare il messaggio e spedirlo per posta al destinatario finale. Succedeva davvero, anche se fa tanto film, tanto illusione, ed è immensamente romantico. Anche questa rubrica per tre mesi è stato un viaggio, non per arrivare da qualche parte ma solo per andare, che poi è l'unico modo per avere qualcosa da raccontare. Di questo, credo, abbiamo bisogno tutti: muoverci, percepire il prurito della nostra vita, scendere dal letto dell'indifferenza per sentire sotto i piedi il duro del mondo. Lewis Carroll ha scritto che «ci vuole tutta la velocità di cui sei capace per restare fermo nello stesso posto. Se vuoi arrivare da qualche altra parte, invece, devi correre almeno due volte più forte». Serve impegno però, perché la rassegnazione è un lento suicidio quotidiano: chi incomincia a cercare ciò che ama, finisce quasi sempre per amare ciò che trova. Così si volta pagina, senza bisogno di addii, e nemmeno di saluti perché non si sa mai cosa viene dopo, soltanto cosa c'era prima. Il prossimo viaggio, comunque, è sempre il migliore.
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