giovedì 10 novembre 2022
Stiamo perdendo la capacità di sognare. E stavolta, Sergio, il romanticismo non c’entra.
Si tratta, infatti, di un inquietante verdetto scandito da un team di studiosi americani che ha analizzato il sonno Rem, la fase del riposo durante la quale si produce la maggior parte dei sogni… «E cosa ha scoperto?» Che la società contemporanea ha finito per cedere ai canti delle sirene tecnologiche e alle lusinghe di una vita sempre al fulmicotone, rinunciando pure alla magia dell’oblio notturno. Quel che è peggio è che dormendo meno e male - perché quasi costantemente connessi a tv, tablet e smartphone - si rischia anche di mandare in tilt preziosi ingranaggi fisiologici. Il sonno Rem, spiegano gli esperti, è un mediatore indispensabile della funzione immunitaria: consolida la memorie e regola il tono dell’umore. «Ah… Ecco allora perché il tempo non intacca i miei ricordi. Perché ho sempre dormito come Dio comanda. Anche quando viaggiavo come una trottola per le mie inchieste o facevo le ore piccole sulla macchina da scrivere. Ho sempre sognato sogni che ricordavo alla perfezione e che avevo premura di raccontare subito a Federico (Fellini nda). Ogni mattina alle 7.30, puntuali come orologi svizzeri sincronizzati, ci chiamavamo al telefono. Aveva imparato a decifrarli dalla fitta frequentazione di psichiatri, neurologi, analisti che amava consultare quasi fossero oracoli in grado di interpretare qualunque cosa. Un giorno Federico, che ripeteva sempre, quasi fosse un rito propiziatorio: “Il modo più alto di pensare è l’immaginazione”, mi confidò di voler raccogliere i suoi disegni ispirati proprio da quel che sognava, in una sorta di libro segreto. Ricordo ancora bene un passaggio di quella conversazione: un “Ma devo tenere tutto al riparo da chi ne caverebbe una specie di scandalo, la prova della mia incontinenza erotica”». Ricordi un sogno di Federico che ti ha colpito particolarmente? «Eccome. Un sogno molto più che premonitore. Quasi inquietante. Riceveva l’invito a recarsi in Corso Italia, nel palazzo dove al secondo piano c’era il suo ufficio, per ritirare una lettera della quale non si conosceva il destinatario. Sulla busta, ma il sogno non lo diceva, troverà scritto: “Al disperso dei dispersi”. Quella mattina Federico uscì di casa presto. Alle 7. Era assolutamente certo che avrebbe trovato la busta bianca nella cassetta della posta. E fu così. Aprì e la lettera era lì. Ne lesse l’indecifrabile indirizzo e una volta arrivato alla sua scrivania tirò fuori dalla missiva un foglio piegato in quattro: era completamente bianco da una parte e dall’altra. Che senso aveva? Un annuncio benigno o una profezia nefasta? Un’allusione a quella fase della sua vita lavorativa? Come dire che il suo cinema era concluso? Ritroverò questo stesso smarrimento in un sogno che Federico dedica a uno dei nostri momenti più inquieti, quando l’abitudine degli spuntini nel suo studiolo di Cinecittà, ai tempi ormai difficili di E la nave va lascia galleggiare il presentimento che fosse l’ultimo film. Non fu così. Ma una profonda mestizia, ormai, se ne era impossessato rendendo malinconica anche La voce della luna».
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