sabato 30 marzo 2019
La ricetta delle imprese italiane "vincenti"? Uscire dal mercato domestico e investire su innovazione, brevetti e formazione dei propri dipendenti. È il verdetto del "Rapporto 2019 sulla competitività dei settori produttivi", presentato qualche giorno fa dall'Istat, che traccia l'identikit delle imprese che hanno maggiori probabilità di successo nella competizione internazionale. L'attuale fase della globalizzazione inizia a premiare non solo la quantità, ma anche la qualità delle produzioni e dei servizi. È dunque potenzialmente favorevole alle caratteristiche delle imprese italiane, a patto però che si realizzino due condizioni fondamentali individuate dal presidente della Piccola Industria di Confindustria Carlo Robiglio. La prima sfata un tradizionale luogo comune italico: «Piccolo non è più bello come lo era un tempo» secondo Robiglio, ma «la piccola dimensione è solo una fase nella crescita dell'impresa» che ha bisogno di spalle robuste per superare la dimensione italiana, partecipando alle catene globali del valore, e per investire negli intangible assets. La seconda condizione è quella di «far conoscere ai giovani il nostro sistema produttivo e di formare le nuove generazioni sulle competenze tecniche di cui le imprese hanno assoluto bisogno e che mancano», ha aggiunto Robiglio sottolineando che «nel triennio 2019-2021 serviranno 193.000 tecnici che mancano all'appello». Un mismatch pericoloso per le nostre imprese, ma soprattutto uno spreco di opportunità concrete per i nostri ragazzi. Nonostante i limiti dimensionali e la carenza di personale, le imprese italiane stanno giocando con successo la partita globale. Negli ultimi anni i ritmi di espansione dell'export italiano sono stati sostanzialmente analoghi a quelli tedeschi, con una caratteristica particolare: un numero molto maggiore di imprese italiane in grado di esportare, con una intensità media molto più ridotta. I primi cinquanta esportatori italiani rappresentano infatti poco meno del 22% delle esportazioni totali del Paese, contro il 45% della Germania e il 47% della Francia. A questa caratteristica è legata un'altra, tradizionale, del tessuto imprenditoriale italico. I due terzi delle nostre imprese sono di proprietà familiare e, di conseguenza, si affidano ancora troppo poco a manager esterni. Il cerchio si chiude: esportare, innovare e managerializzare vuol dire rendere vincenti le imprese italiane, in particolar modo manifatturiere. Un salto culturale complesso per i nostri imprenditori, ma necessario.
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