mercoledì 4 aprile 2012
Sì, davvero la poesia è il linguaggio che riflette sé stesso e, specchiandosi, scopre la sua autenticità, le sue illimitate risorse. Poesia è il significante che prevale sul significato; al limite, è solo lavoro di significanti (metafore, allitterazioni), ben sapendo che il significato non è mai interamente evacuato, altrimenti saremmo nella pura e semplice glossolalìa. Questo, e altro, l'abbiamo imparato da Lacan, ed è l'eredità più veritiera che lo strutturalismo ci ha lasciato, anche nella forma residuale della Neoavanguardia, ed è corroborante trovarne conferma nel nuovo libro di Jolanda Insana, Turbativa d'incanto (Garzanti, pp. 140, euro 16,60).E preliminarmente sia consentito esprimere la soddisfazione di avere tra le mani un bel libro rilegato in tela con sovracoperta lucida grigiolivastra, come Garzanti ci ha abituato da decenni, immutata la grafica dai tempi di Bertolucci, di Caproni, di Pasolini, non come altre collane ("Lo Specchio" mondadoriano, naturalmente) che cambiano grafica e formato a ogni piè sospinto, rendendo irriconoscibili gli autori, le sequenze.Jolanda Insana (Messina, 1937), docente e traduttrice non solo di classici, aveva raccolto nel 2007, sempre da Garzanti, Tutte le poesie (1977-2006), ed eccola di nuovo qui, con un nuovo libro ancor più suo. Basterebbe il titolo «polisemico», come scrive Maria Antonietta Grignani nel sàpido risvolto, per ragionarci sopra a proprio agio. Perché «turbativa d'incanto» è «turbativa d'asta», trasgressione furtiva, nel caso, che scardina la correttezza politica della lingua, e infatti la lingua di Insana è ruvida, tagliente, a tratti volgare; ma è anche «turbamento dell'estasi», della contemplazione ombelicale tanto cara ai poeti lirici.Sono sei poemetti (se così si può dire) spesso a due voci (facilitate dal corsivo) ma propriamente è Insana che dialoga con sé stessa, con un Alter ego che non è mai Super ego, ma semmai complice e paritetico. Per tornare all'inizio, leggiamo: «non includi e non escludi / ma nessuno fa capolino nel piccolo cerchio / sospeso tra l'occhio e lo specchio / e il tuo segreto si specchia e non si trasmette / e non smette d'essere segreto /esangue». Che cos'è questa strofa, se non la lingua che parla a sé stessa di sé stessa, lasciandosi prendere la mano dalla serie delle allitterazioni? È la vittoria del significante su un piccolo ostaggio di significato, e che musica, che accelerazione.Per tre volte, nel libro, ricorre una stessa immagine, evidentemente importante: «tu con le tue poesie tu con la tua falegnameria / poi che tutto è raffazzonato e rattoppato / con i residui di ieri / come l'Italia di oggi» (p. 47); «tu con la tua falegnameria / con la tua poesia / la tua frenesia d'esserci» (p. 82); «tu con le tue poesie / con la tua falegnameria / tu vuoi esserci» (p. 115). È la testimonianza artigianale del poeta che ha solo parole di fronte agli eventi della storia, e dunque può solo nominare i Buddha distrutti dai talebani, i muri di Gaza, Guantánamo, il carcere di Baghdad, le bombe di Dresda. Tuttavia, «senza dialogo siamo monadi irrancidite / sonnecchianti nel mondo / che non ha giorni e non ha storia».E sempre con l'interrogativo fondamentale: «se io sono qui / tutto è qui / ma se io non sono qui / chi è che è qui?», altrove con soprassalti di commossa lucidità: «in pellegrinaggio noi due non andammo / e non attraversammo il torrente / e con il pollice non ci segnammo / nessuna croce sulla fronte / e non pregammo / ecco perché non c'è pace né fedeltà".
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