mercoledì 4 maggio 2022
Philippe Jaccottet è un poeta molto amato, non solo in Francia. Poeta elegiaco, sa riconoscere le sfumature dell'ombra ed è sensibile alle variazioni della luce di primalba o di certi crepuscoli montani. Nato nel 1925 a Moudon, nella Svizzera francese, trascorse la vita a Grigan, nel Sud della Francia. È stato ottimo traduttore, fra gli altri, di Musil, Rilke, Ungaretti. Ha avuto il raro privilegio di curare di persona, nel 2014, il volume-monumento della sua opera nella Bibliothèque de la Pléiade, come era accaduto a Saint-John Perse il quale non ebbe alcun imbarazzo di parlare di sé in terza persona e neppure di ritoccare qualche episodio nel suo epistolario. Jaccottet è morto il 24 febbraio 2021. Marcos y Marcos ripropone Pensieri sotto le nuvole, nella traduzione di Fabio Pusterla, a venticinque anni dalla prima edizione (pp. 272, euro 20). È, dice il traduttore e curatore, «un gesto di ammirazione e di fedeltà»: le traduzioni, al loro tempo, erano state seguite e approvate da Jaccottet stesso, e quindi non è stato necessario apportare ritocchi. Il volume comprende due delle più celebri sillogi di Jaccottet, Pensieri sotto le nuvole, scelto come titolo complessivo, e Alla luce d'inverno. In mezzo, ci sono due pagine in prosa che spiegano magistralmente il corpo a corpo del poeta (di ogni vero poeta) con la parola. Ascoltiamo: «Ricordo che durante un'estate non lontana, mentre camminavo una volta di più nella campagna, la parola gioia, come talvolta attraversa il cielo un uccello inaspettato e che non s'identifica subito, mi è passata per la mente e mi ha provocato, anch'essa, stupore. Credo che dapprima una rima sia venuta a farle eco, la parola seta [ndt: In francese i termini joie e soie formano una rima intraducibile in italiano]; non del tutto arbitrariamente, poiché il cielo estivo in quell'ora, brillante, leggero e prezioso com'era, faceva pensare a delle immense bandiere di seta come fluttuanti al di sopra degli alberi e delle colline con dei riflessi argentati, mentre i rospi sempre invisibili innalzavano dal fossato profondo, invaso di canne, voci esse stesse, malgrado la loro forza, quasi argentate, lunari. Fu un istante felice; ma la rima con gioia non era comunque legittima». In poche righe c'è qui, per dirlo con Ungaretti, il «segreto del poeta»: un momento di grazia improvvisa, la contemplazione del cielo suggerita dalla parola "seta" (per il poeta la parola precede la realtà), l'armonia cosmica del gracidare lunare dei rospi. Ma con il sopravvento della razionalità («la rima con gioia non era comunque legittima») perché la poesia non è mai spontanea, anche la più felice delle ispirazioni va razionalizzata secondo regole. Un ultimo (auto)consiglio del poeta: «Strappale infine queste ombre, come cenci, / mendicante fasullo, straccione, che ammicchi ai sudari, / vergognati se scimmiotti la morte a distanza, verrà anche l'ora della paura, e basterà. Ma adesso / vesti una pelliccia di sole, e vattene fuori / come un cacciatore contro il vento, prova ad attraversare / come un'acqua rapida e fresca la tua vita. // Se avessi meno paura, / non faresti più ombra sui tuoi passi».
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