Incontri diversiAnche il cibo, l'olio e il vino hanno un'etica e un'identità
mercoledì 14 novembre 2018
Voglia di spiritualità dopo l'abbuffata di cibo e vino? Non saprei bene come leggere i due appuntamenti ai quali sabato e domenica ho avuto modo di partecipare: uno a Imperia, città dell'olio, l'altro a Tregnago, città del vino. Due incontri diversi, ma speciali e nuovi almeno per chi come me lavora nell'ambito del gusto da oltre 30 anni. A Imperia, gli organizzatori di OlioOliva, giunta alla 18^ edizione, hanno voluto un convegno sul tema "Etica, cultura e identità", per parlare di olio. E l'apertura l'hanno affidata al Vescovo di Sanremo-Ventimiglia, monsignor Antonio Suetta, che si è soffermato sul valore della "relazione" e della "dipendenza", avendo a che fare con il cibo e con la terra. Un intervento efficace al quale poi si sono richiamati tutti gli altri relatori, convenendo persino che l'etica dentro a un lavoro è la miglior strada per fare buoni affari. Tuttavia mi ha colpito questa scelta piuttosto inusuale: di solito si invita un amministratore a vari livelli per dibattere temi economici. Invece a Imperia hanno voluto chiedere a un uomo di Chiesa di allargare gli orizzonti di una riflessione. Il pomeriggio di domenica ero invece a Tregnago, nel veronese, in Val d'Illasi, per la mostra su un ragazzo di 17 anni, Gianmaria Fumagalli, che nel 1977 morì di leucemia. Aveva due anni più di me ed era un caro amico. Sua mamma, Nella Cracco (senza parentele con il celebre chef), faceva degli gnocchi soffici come nuvole, che solo alla trattoria Al Ponte di Sommacampagna oggi ritrovo tali. Ebbene, riscoprire che dopo 40 anni l'esempio di quel ragazzo semplice e tenace nella fede è ancora attuale oggi mi ha colpito oltremisura, in questa terra dove si produce l'Amarone e dove l'attività economica si è in qualche modo modificata. Eppure c'è voluto Fumino (così veniva chiamato al quartiere Feltre di Milano) per aprire una riflessione sui rapporti contemporanei e ancora una volta sul valore delle relazioni. C'era tanta gente alla mostra e all'incontro con don Carlo Casati, il prete della nostra gioventù al quartiere Feltre di Milano; gente che sembrava in attesa di una strada o di un esempio che potesse valere anche per i propri figli. Ora, questa iniziativa voluta dagli amici di Fumino che hanno costituito un Centro culturale col suo nome, è stata possibile grazie all'intervento di una Fondazione e anche della Regione Veneto. E pure questo aspetto mi ha sorpreso, perché di fronte a tutte le opportunità che un ente può aiutare, c'è stato spazio anche per qualcosa che fa riflettere e magari aiuta a progredire. A Imperia come a Tregnago, dunque, per la prima volta ho preso atto che si può smettere di ragionare per compartimenti stagni, issando steccati psicologici fra religione e società, che producono soltanto isolamento. Il nostro Paese ha bisogno invece di aperture. Ed io sabato e domenica ho respirato la freschezza di una nuova aria.
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