In ricordo di un genio della parola vivente
giovedì 1 luglio 2021
Il rapporto che si stabilisce tra un maestro e i suoi allievi è sempre molto strano e lo diventa ancor di più quando il maestro scompare. Gli allievi fanno di tutto per continuarne l'opera, convinti, in buona o cattiva fede, che era questo quello che il maestro desiderava. In questa continuazione c'è da una parte un commovente omaggio, dall'altra un evidente tradimento. La presenza vivente di qualcuno non è sostituibile, anche se chi resta dopo di lui è stato un fervente discepolo. L'eredità intellettuale, come tutte le eredità, è un tentativo abbastanza goffo di restituirci la pienezza di una vita e di una persona, e a volte dà adito solo a malintesi e nel caso peggiore a dissidi tra eredi.
È da poco scomparso un grande semiotico, se così lo si può definire, visto che accanto alle competenze proprie della linguistica possedeva una visione e una curiosità molto ampia. Paolo Fabbri è stato un personaggio molto singolare nel panorama italiano. Ho avuto la fortuna di averlo come amico e non come maestro e la nostra amicizia è stata talmente autentica che ci ha diviso. Non condividevo le sue posizioni eccessivamente obbedienti all'accademia e al potere, e gli ho sempre ricordato che la sua intelligenza avrebbe meritato ben altra capacità di indisciplina. Però Paolo Fabbri è stato un genio, soprattutto nel panorama italiano ed europeo. La sua genialità veniva proprio dalla impossibilità di essere “registrata” o “trascritta”. Si era sempre rifiutato alla logica del “dover pubblicare” e invece aveva coltivato come una vera e propria ascesi l'arte della parola. Non nel senso di una retorica vuota, ma nel far capire al pubblico presente alle sue conferenze e ai suoi seminari della “intraducibilità” della parola parlata, dell'importanza che essa fosse vivente e fruibile solo nel momento in cui veniva pronunciata.
Paolo Fabbri era qualcuno che faceva ricerca parlando, che ti faceva capire che solo nell'esposizione del proprio pensiero a degli ascoltatori attenti esso prendeva la giusta dimensione. Questa idea da “Stoà”, da vera filosofia lo rendeva diverso da buona parte delle figure che aveva intorno. E ti dava l'impressione di una rivendicazione di un valore che stavamo dimenticando: il discorso, la conversazione come qualcosa di radicalmente diverso dalla scrittura e più sottile, sensibile, modellabile, acuto di ogni scrittura. I discepoli, per fargli un favore hanno per anni raccolto le sue parole dette e le hanno trascritte, convinti, in buonafede che questo era quello che Fabbri voleva: diventare come gli altri, quelli che scrivono e pubblicano libri. La differenza della parola vivente di Paolo Fabbri è che è inattingibile a chi non lo ha mai ascoltato.
Ci sono casi analoghi, rari, nella storia del pensiero. Jaques Lacan è uno di questi, abilmente tradito dal suo trascrittore e genero, Jean Claude Milner. Prima di lui le conferenze sulla Fenomenologia dello spirito di Hegel di Alexander Kojeve al College de Philosophie a Parigi. E io non cambierei per nulla al mondo la mia esperienza diretta della parola di Ivan Illich nel suo magnifico strano italiano con i suoi scritti. Così come le parole di Paolo Fabbri sono ancora presenti a insegnarmi come si struttura il pensiero quando è vivente e in presenza di altre persone.
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