Il Tao-Te-Ching diventa Daodejing, così “cambia” la saggezza cinese
mercoledì 25 aprile 2018
Conosciuto finora come Tao-Te-Ching (con o senza trattini), l'antico libro della saggezza cinese attribuito a Lao Tze (o anche Lao Tzu) appare oggi nella Piccola Biblioteca Einaudi, a cura di Attilio Andreini, in una nuova traduzione che ha tutte le caratteristiche per diventare l'edizione italiana di riferimento (Laozi, pagine 288, euro 22,00). Non solo per il testo cinese a fronte (beato chi lo legge), ma soprattutto per l'accurata collazione delle fonti e per la moderna traslitterazione dei nomi. Così Lao Tze è diventato Laozi, e il Tao Te Ching è ora Daodejing. Bisognerà abituarsi, anche se tuttora fatichiamo a riconoscere in Beijing la capitale Pechino a cui eravamo abituati (un cagnolino pechinese da adesso in poi è un cagnolino beijingese?).
Si fa presto a dire Laozi. È davvero lui l'autore del testo? E, addirittura, è un personaggio realmente esistito? Attilio Andreini, che insegna Lingua cinese classica all'Università Ca' Foscari di Venezia, ritiene che il Daodejing non abbia un unico autore, ma sia il compendio di una saggezza ben più antica, il che, nella mentalità cinese, ne accresce l'autorevolezza. La redazione in cui ci è stato tramandato risale al IV-III secolo a. C., e viene anche ridimensionata l'ipotesi di un incontro fra Confucio e Laozi: a parte la cronologia, è strano che Confucio sia andato a chiedere lumi a Laozi: c'è incompatibilità fra il pragmatismo etico di Confucio e il misticismo cosmico di Laozi. Del resto, nei resoconti di quel leggendario “incontro”, Confucio non ci fa una gran figura.
Ma insomma, che cos'è il Dao (che abbiamo sempre conosciuto come Tao), domandiamo noi discepoli pur critici del signor Delle Carte (alias Cartesio)? Il fascino del Dao sta nella sua teorizzata indicibilità: «Poiché il Dao – scrive Andreini – è una non-cosa – ovvero l'infinito processo che vede convergere le opposte e contraddittorie forze che dominano la realtà – allora sarebbe preferibile tacere anziché tentare di descrivere o di rappresentare questa sfuggente coincidentia oppositorum». E infatti, ciò che innanzitutto Laozi mette in crisi è proprio il linguaggio, la parola: «La sua riflessione conduce a una presa d'atto della natura convenzionale e infida della parola: infida perché, essendo strumento di dominio sul mondo, nel confidare in essa si rischia di non riuscire più a sottrarsi al suo subdolo potere, finendo per esserne dominati».
Forzare il limite del linguaggio è l'impegno e l'insegnamento di Laozi. Ma non è appunto questo il compito della poesia? Infatti il Daodejing ci viene consegnato sotto forma di un breve, densissimo poema. Del resto, Giuseppe Ungaretti, il 16 agosto 1916, «abbandonato in questa dolina», «vicino ai miei panni / sudici di guerra», non si è forse sentito «una docile fibra dell'universo?». Misteriosa e preterintenzionale (dunque ancor più vera e necessitata) coincidentia laoziana?
Andreini nella sua traduzione, evita il consueto ricorso all'espressione «Via» per tradurre «Dao» (il sottotitolo del libro, però, rimane «Il canone della Via e della Virtù»). Tuttavia, «l'apofatismo laoziano non solo mette in risalto una dimensione teologico-spirituale cui è concesso accedere unicamente per via “negativa”» ma articola una strategia indirizzata verso pratiche esperienziali concrete «che uniscono cosmologia, cura di sé e azione di governo». Una valenza tripartita non immune da echi confuciani.
Il consiglio, in ogni caso, è di attingere alla saggezza del Dao, naufragando dolcemente nella poesia del Daodejing: «Vasto è il Cielo, vetusta la Terra. / Quel che rende vasto l'uno e vetusta l'altra, / è che entrambi non vivono per Loro stessi, / per ciò a lungo riescono a vivere. / Il Saggio, pertanto, alle spalle Si pone, / e comunque precede; / si esclude, / eppure è presente. / Che sia davvero il trascurare l'interesse proprio a far sì che, in fondo, Egli lo realizzi…?».
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