Il pandoro in Coppa di Luis Enrique
venerdì 13 gennaio 2012
Maltrattata mediaticamente, rispunta - dopo orge a base di spezzatino - la Coppa Italia. Con un'antica sentenza: chi la snobba paga. La bellissima Udinese si fa metter fuori così come le capitò in Champions a inizio stagione. Allora fu l'Arsenal, a punire Guidolin: chapeau. Stavolta il colpaccio l'ha fatto il Chievo, che dovremmo smettere di citare con contorno deamicisiano e strapaesano di asini che volano e uomini che giocano come se partecipassero al torneo della bontà. Film all'italiana: poveri ma belli. Bravi e basta, invece. Ma c'è qualcosa di nuovo, anzi d'antico, nella Coppa che almeno nel centocinquantenario avrebbe meritato qualcosa di particolare, visto che si chiama Italia: dico della sfida Roma-Juve che tornerà nei quarti di finale dopo anni di guai e di speranze con un premio particolare in palio in prospettiva, la Stella d'Argento della decima Coppa, visto che le contendenti ne hanno vinte nove ciascuna. Si confronteranno due allenatori della nouvelle vague, due coetanei - Luis Enrique è del '70, Antonio Conte del '69 - che al momento hanno in comune una qualità straordinaria: lavorano per il calcio, parlano di calcio, vivono di calcio, sottraendosi a gossip e polemiche che vanno tanto di moda. Da questo punto di vista, il fenomeno è comunque lui, Luis l'Asturiano, amante di silenzi anche se ha imparato presto l'italiano e si trova ogni giorno davanti a una realtà mediatica, quella romana, strepitosamente rumorosa, che tuttavia ha imparato a domare; con i risultati, non con le chiacchiere; a lungo circondato di diffidenza per il suo basso profilo tecnico e personale (lo si ricordava solo per quella gomitata in faccia presa a Usa '94 da Tassotti in una sfida non memorabile fra Italia e Spagna) mentre il Conte è subito stato accolto con squilli di tromba per l'appartenenza storica al club più aristocratico. E mentre lo juventino è stato subito accostato a Trapattoni e Lippi, suoi maestri di temperamento, di stile, forse d'arte, Luis è stato spacciato come audace rappresentante del “guardiolismo” che da tempo affligge gli esterofili, per forza condannato ad esibire a Trigoria i misteri gloriosi della “cantera” catalana. Mi è piaciuta subito, questa sua totale dedizione alla ricostruzione della Roma devastata da problemi economici e non solo, e mi ha fatto tornare in mente il titolo che dedicai all'ultimo allenatore vincitore di uno scudetto per i giallorossi: «Fabio Capello Cavaliere del Lavoro». L'ultima impresa della Roma di Luis Enrique - battere la Fiorentina 3-0 - è particolarmente significativa perchè solo trentotto giorni prima a Firenze tre gol li aveva presi e il panettone era in pericolo. Poi una serie positiva - la vittoria di Coppa è la quarta consecutiva - cominciata con un sorriso meno imbronciato, più romano, un boccone di pandoro, un sorso di spumante. E un regalo bellissimo: il ritorno di Totti al gol. Come favola, mica male.
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