Il neorealismo di casa nostra? Figlio di “Toni” di Jean Renoir
venerdì 11 febbraio 2022
C'è un film francese del 1934 al quale sono affezionato per più motivi, anche per storia personale ho vissuto tra i migranti italiani in Francia e conosco la loro storia. Si tratta di Toni di Jean Renoir (1894-1979), che fu autore di tanti film che, come si dice, hanno fatto la storia del cinema, da La cagna a La regola del gioco, da L'angelo del male (tratto da La bestia umana di Zola) a La grande illusione, ma il cui Toni, più coraggioso e più giovane nell'invenzione di un linguaggio nuovo e diretto, è tra i suoi lavoro più nuovi e tra i meno ricordati. Figlio del grande pittore Claude, borghese illuminato e attivissimo “compagno di strada” al tempo del Fronte Popolare, ha diretto capolavori che hanno aperto strade nuove alla narrazione per immagini. Fu esule a Hollywood al tempo dell'occupazione nazista della Francia, dopo essere stato un deciso seguace e propagandista della sinistra più saggia, e anche in America diresse almeno un grande film, L'uomo del Sud, sulla vita dei “poveri bianchi”, gli agricoltori più miserabili. Più tardi diresse ancora in Italia un bellissimo film, La carrozza d'oro con Anna Magnani, l'unico a saper ridare il clima della nostra “commedia dell'arte” e in India Il fiume, da cui nacque il grande cinema di Satyajit Ray, che ne fu il giovane assistente... Venerato dalla nouvelle vague, insegnò il mestiere anche a Luchino Visconti, suo assistente in Francia per due film, che si è ben ricordato di questo film quando esordì con Ossessione ancora in pieno fascismo, ma è forse su Rossellini che ha avuto l'influenza maggiore, e proprio a giudicare da Toni, il vero antesignano del nostro neorealismo... Fu un film di straordinaria semplicità, gli interpreti erano volti veri e poco noti e presi in parte dalla vita,
e venne girato sui luoghi dell'azione. Narrava la vita dei lavoratori stagionali immigrati dalla Spagna e dall'Italia nel Sud della Francia contadina. Era ispirato a un fatto di cronaca nera, e comincia e finisce con le immagini dal vero di un treno che scarica braccianti a Les Martigues in Provenza, e in mezzo c'è una storia di crudo e immediato realismo: un italiano (Toni) s'innamora di una spagnola (Josefa), che è però violentata da un altro e, costretta a sposarlo, finisce per ucciderlo. È però Toni ad attribuirsi la colpa del delitto ma, arrestato, riesce a fuggire e nella fuga un proprietario terriero lo uccide. Josefa si costituisce... braccianti partono... braccianti arrivano... Potrebbe essere, con poche varianti, anche una storia di oggi, ambientata magari tra gli stagionali polacchi (quelli per esempio raccontati da Alessandro Leogrande) o africani e i loro "caporali", nel foggiano o dalle parti di Rosarno in Calabria... La libertà e verità della regia hanno fatto scuola, e anche se spesso lo ignorano, tanti giovani registi di oggi gli sono debitori della loro libertà, non solo quelli italiani...

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