giovedì 10 maggio 2018
Si può discutere e obiettare finché si vuole, ma ci sono film che segnano una svolta e Pulp Fiction di Quentin Tarantino è uno di questi. Si spara e si muore, in queste due ore abbondanti di cinema, circolano droghe e la vendetta incombe, eppure quello che più impressiona lo spettatore è la dimensione di inesplicabilità in cui tutto avviene. Non siamo esattamente al cospetto del mistero inteso in senso religioso, forse, ma non per questo viene meno la sensazione che il racconto abbia un livello nascosto, tanto più decisivo quanto più ci sembra impossibile arrivare a decifrarlo.
Qual è, per esempio, la forza che spinge il pugile Butch Coolidge (impersonato da Bruce Willis) a tornare sui propri passi nonostante sappia di essere braccato dalla malavita? Vuole recuperare l'orologio del padre, d'accordo, ma è evidente che non è l'oggetto in sé a interessargli. Il suo significato, piuttosto: il pegno d'onore che, a distanza di tanti anni, gli ha impedito di accettare la combine imposta dal boss Marsellus Wallace (l'attore Ving Rhames). Sul ring Butch avrebbe dovuto andare al tappeto e invece ha avuto un soprassalto d'orgoglio, che ha sabotato le scommesse e adesso potrebbe costargli la vista. Ecco perché quell'orologio è così importante per lui.
In una maniera o nell'altra, tutti i personaggi di Pulp Fiction - trionfatore a Cannes nel 1994 - si avvicinano o varcano una soglia imperscrutabile. È proprio questa, in fin dei conti, la specialità dell'ineffabile Mr Wolf tratteggiato da Harvey Keitel, uno che "risolve problemi" perché vede qualcosa che agli altri, e cioè a tutti noi, sfugge. Tarantino è abilissimo nel trascinarci in una narrazione piena di trabocchetti, che passano sempre inosservati. Anche il tempo in Pulp Fiction scorre in modo imprevedibile e incantatorio, considerato che nell'episodio finale del film troviamo ancora in vita un personaggio la cui morte ci è stata mostrata molto prima. Si tratta del Vincent Vega di John Travolta, che in coppia con il non meno efferato ed elegante Jules Winnfield di Samuel L. Jackson rappresenta il fulcro dell'intera costruzione. Vincent e Jules si muovono sempre sul crinale tra la vita e la morte, tra perdizione e salvezza. Tocca al primo, tra l'altro, impedire che Mia Wallace, la bella moglie del temibile capobanda (Uma Thurman in uno delle sue migliori interpretazioni), soccomba all'overdose che si è procurata. Ed è sempre Vincent, come ricordavamo, a godere della condizione di redivivo concessa dalla singolare torsione del tempo vigente in Pulp Fiction.
Al centro di tutto, però, c'è Jules con l'inesatta e minatoria citazione biblica di cui il sicario si serve per annunciare ai malcapitati l'esecuzione imminente. Le parole pronunciate con solennità hanno solo una vaga somiglianza con il brano che Jules sostiene di aver imparato a memoria (secondo lui sarebbero i versetti di "Ezechiele 25, 17"), ma questo non impedisce che la profezia agisca in profondità nella psicologia del personaggio e nella stessa trama del film. Tra un colpo di katana e un ammiccamento agli anni Cinquanta, Pulp Fiction è anche la storia di un uomo che si interroga sull'eventualità di un miracolo. Quell'uomo è Jules, appunto, che l'inesplicabile costringe a misurarsi con il suo destino di "essere un pastore", e a chiedersi come mai "il nome del Signore" risuoni con tanta potenza anche nello squallore di un diner preso in ostaggio da rapinatori inetti. Massima espressione del postmoderno, il capolavoro di Tarantino non si preoccupa di dare risposte, così come si guarda bene dal rivelarci quale sia l'abbagliante contenuto della valigetta trafugata al solito Marsellus Wallace. Ma le domande rimangono, e davvero non lasciano scampo.
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