martedì 21 febbraio 2017
Fuori dal Comune (ma spesso anche dentro...) s'incontra una categoria di persone che mi piace chiamare "miglioristi". No, non c'entrano nulla con la storica corrente moderata del Partito Comunista; anzi, non di rado i "miglioristi" cui alludo stanno piuttosto col centrodestra. Si tratta invece di individui ottimamente intenzionati, positivi (meglio: propositivi), che s'informano e stanno aggiornati, e che – alla fine di un personale accanito processo di ricerca – vengono a offrire all'amministrazione il loro convinto contributo "migliorista", appunto.
Il totem elettronico per rintracciare i morti al cimitero. Le luci a led che si accendono non appena posata la scarpa sulle strisce pedonali. Le colonnine per la ricarica elettrica in tutti i parcheggi cittadini. L'apertura della biblioteca a orario continuato e fino a tarda sera. Il certificato di treeclimbing per chi pota gli alberi lungo le strade. Il vigile in borghese in ogni quartiere... Il "migliorista" è ricco di ottime idee, tutte utili e intelligenti, cose di buon senso, spesso all'ultimo grido della tecnologia e comunque già sperimentate con successo in altre località: e con premesse di tal genere, come si fa a dirgli di no?
Ovvio: non si può. Quale pubblico amministratore, del resto, sarebbe capace di sostenere che il sistema elettronico con cui si controlla l'occupazione degli stalli di parcheggio è "inutile"? E che razza di assessore sarebbe colui che si oppone a un "piano regolatore" degli innumerevoli pali e paletti sparsi in città, in modo da razionalizzarne l'uso – e reprimerne la proliferazione? Si tratta di scelte interessanti, innovative, persino gratificanti per il politico che le proponesse... Ma rappresentano davvero il "bene comune"?
«Vivere è scegliere», diceva qualcuno; e amministrare ancor di più. Con i chiari di luna della crisi economica e la mannaia del Patto di stabilità pronta a scattare già a metà bilancio annuale, infatti, le giunte comunali della Penisola sanno ormai benissimo che ogni sfizio si paga caro. Ma certo che si potrebbe dotare ogni quartiere delle "case dell'acqua" e pure di quelle del latte a km 0 (due must degli enti pubblici negli ultimi anni)! Però allora bisogna rinunciare a qualcos'altro... Allo stesso modo piacerebbe assai attrezzarsi con un bike sharing – altro oggetto del desiderio di tanti sindaci – per girare gratis a pedali in paese; tuttavia dobbiamo calcolare se questa è davvero la nostra necessità primaria...
Il guaio è che i "miglioristi" raramente si accontentano e quasi mai hanno pazienza. Il solo fatto che la loro idea sia intelligente e utile comporta cioè la conseguenza che si debba realizzare: subito e a ogni costo. «Che ci vuole? Basta volerlo!». Non c'è programma di governo, né obbligo di legge, né lista di priorità che tengano: sono quelli del «detto, fatto». E qualunque amministratore, elenco delle altre urgenze alla mano, tenti di indurre a programmi più ragionevoli e magari scaglionati, si trasforma immediatamente in nemico dell'evidenza: «Che ci vuole? Basta volerlo! Ma allora voi non volete farlo...».
Bisogna perciò avere polso fermo e un certo sprezzo della popolarità per richiamare al rispetto di un ordine di urgenze, che è poi primariamente quello del «bene comune» così come lo si è enunciato in pubblico al momento delle elezioni. Non che la macchina municipale, sovente pachidermica e pigra, non debba giovarsi degli stimoli estemporanei e anche del pungolo di idee nuove, di proposte che la scuotano: ben vengano le «buone pratiche» e il loro contagio. Ma occorre munirsi pure della lucidità e della libertà intellettuale per poter decidere caso per caso ciò che è obbligatorio e cosa no, che cosa più essenziale e cosa secondario. «Il meglio è nemico del bene», si diceva una volta: "miglioristi", pensateci.
r.beretta@avvenire.it
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