Il leone del Panshir e il rischio-retorica che ogni tanto fa bene a mente e cuore
giovedì 9 settembre 2021
Benedetta retorica, disgraziata retorica. Alzi la mano chi ne è immune. La riconosci, non puoi non avvertirne il fastidio, ma come non subirne almeno un poco il fascino? Se poi è retorica firmata da una griffe del giornalismo internazionale, eccezionalmente le consegniamo l'intero spazio di Press Party. Tutto l'articolo di Bernard-Henry Lévy (“Repubblica”, 8/9) dedicato ad Ahmad Massud, il “leone del Panshir”, trasuda retorica, la retorica della Marsigliese, la retorica di Le chant des partisans, la retorica degli eroi. Quella retorica di cui, forse a malincuore, dobbiamo ammettere di aver un poco bisogno. L'ultima parte è una pagina da manuale. Eccola.
«Massud il giovane ha lanciato il suo nuovo e spettacolare appello alla “rivolta nazionale”. È sempre la stessa storia. Mai e poi mai il potere, i carri armati e le esibizioni di forza porteranno umanità. Dalle trincee dell'Ucraina sguarnita alle montagne del Kurdistan, anch'esse circondate, in nessun luogo gli arroganti trionfano per sempre sui popoli perduti, dimenticati, ma eroici. E a coloro che credono di aver vinto, che sparano in aria e ridono dei cadaveri di cui hanno colmato le valli, bisogna ripetere che non hanno né la dignità dei provvisoriamente vinti, né lo splendore di quei pochi che, affermava André Gide, saranno i soli a salvare il mondo. L'Afghanistan ha perso battaglie, ma non la guerra. È nella fossa dove sono caduti i combattenti del Panshir, ma la sua fiamma non è spenta e il Panshir non ha detto la sua ultima parola. Giace nelle confuse scie in cui oggi si mescolano le acque di uno dei più bei fiumi della terra e il sangue, i corpi, il fango dei combattenti uccisi – ma è qui che i semi della rinascita stanno già crescendo. I partigiani del Panshir, costretti a indietreggiare ma risoluti, sono come le donne di Herat, di Kabul e di Kandahar, che si ostinano a sfidare i talebani. Sono ciò che di misterioso rimane nell'umanità e che nessuna sventura può sottomettere. Sono quella parte, non maledetta, ma benedetta, che resiste, sopravvive e si rafforza nel crogiolo delle prove condivise. Il resto dell'Afghanistan. La speranza. Comincia la resistenza». Sembra di sentir risuonare la voce di Yves Montand: “Amico, lo senti il nero volo dei corvi sulle nostre pianure?”.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: