sabato 13 gennaio 2018
Per decenni è stata solo un'utopia, meravigliosa e irrealizzabile. Ma nei prossimi anni potrebbe diventare in concreto la nuova frontiera del lavoro, capace di rivoluzionare il modello organizzativo delle aziende e l'idea stessa di lavoro. È lo smart working, il lavoro agile, che nel 2017 è stato disciplinato (finalmente) anche dalla legislazione italiana.
Il lavoro agile, reso possibile oggi dalla digitalizzazione delle nostre attività, consente ai dipendenti di svolgere la loro prestazione professionale da casa, o comunque lontano dall'azienda. È una nuova modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall'assenza di vincoli, orari e di spazio, e dalla centralità del risultato rispetto all'atto.
Grazie a essa vanno in soffitta definitivamente l'organizzazione fordista dell'impresa, su cui si sono rette le rivoluzioni industriali dei due secoli scorsi, e più prosaicamente quelle immagini-simbolo del ragionier Fantozzi che lotta disperatamente con migliaia di colleghi per raggiungere il mega-palazzo aziendale in tempo per timbrare il cartellino.
Finora erano evidenti i vantaggi di questo nuovo modello per il lavoratore: miglior qualità della vita, grazie alla possibilità di gestire in autonomia i tempi del lavoro e di svolgerlo a casa propria, meno spese per la produzione del reddito (con l'azzeramento della mobilità quotidiana casa-ufficio-casa), meno stress. Al contrario, al datore di lavoro questo modello organizzativo poteva apparire meno produttivo e meno efficiente. Ma le prime ricerche scientifiche condotte in Italia, come quella realizzata lo scorso anno dall'Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano, dimostrano il contrario: il lavoro agile aumenta sia (a sorpresa) la produttività che (prevedibilmente) la soddisfazione dei lavoratori coinvolti. Non a caso, sono numerose le grandi e medie aziende che si stanno organizzando per introdurre tale strumento e che si stanno interrogando sulle modalità di gestione di questa rivoluzione del lavoro.
Nel 2017 in Italia sono stati circa 305.000 i lavoratori che lo hanno sperimentato, con una crescita del 60% sul 2016: un numero rilevante - se si escludono i settori nei quali il nuovo modello non è applicabile, come la manifattura e i servizi alla persona - pari al 6% dei lavoratori potenzialmente interessati allo strumento, ma ancora lontano dalla media europea del 17%. Secondo la ricerca, l'utilizzo intensivo di questo strumento (coinvolgendo il 70% della platea) porterebbe ad un aumento di produttività di circa il 15% per lavoratore: vorrebbe dire, per il sistema Paese, un valore aggiuntivo di 13,7 miliardi di euro.
L'utopia sta diventando realtà, dunque. Lasciando immaginare che non sia lontano il tempo in cui uno dei sogni più diffusi della nostra epoca, la conciliazione tra lavoro e vita, diventerà finalmente pratica quotidiana.
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