Il giornalismo di cui dovremo esser capaci
giovedì 24 febbraio 2022
«Noi giornalisti abbiamo un rapporto ossessivo con il nostro mestiere. Davvero non riusciamo a parlare d'altro. Forse solo i cantanti lirici sono peggio. Ricordo una sera a cena. Ero seduto accanto a Pavarotti e a Mirella Freni, amici da una vita e compagni di palcoscenico. A un certo punto Luciano prese fiato da un fitto amarcord di una Bohème e, inseguendo una curiosità che aveva da un pezzo, mi chiese: "Ma secondo te, c'è differenza tra informare e comunicare?". E sì, gli risposi. Un conto è informare. Altro è comunicare. Perché nel primo caso passano le notizie, nel secondo si fanno largo i contenuti. Così, se informi parli per un altro. Se comunichi, parli con un altro. Rimase in silenzio e aggiunse: "Ma poi che accade?". E io: se ti parlo perciò stesso ti cambio. Così per me quando sei tu a parlarmi. Insomma, alla fine non si esce mai indenni da un dialogo. Perché dialogare implica darsi la parola su ciò che è di interesse comune. E Luciano sorridendo: "Beh ma allora è una roba seria…"».
Come è che ti è venuto in mente questo episodio?
«Perché, Ale, riflettevo sul fatto che con l'avvento del web ha un certo spaccio la creduta sciocchezza che una società informatizzata sia, per ciò stesso, una società informata. È invece assolutamente fondata l'idea che oggi l'informazione non sia più soltanto il quarto potere, ma anche quello che, per la sua universalità e velocizzazione, condiziona le cose del mondo allo stesso modo dell'economia. Sulle prodigiose autostrade elettroniche di internet, tra insidie e sicurezze, il futuro gioca la sua partita più grande. Un sapere universale omologherà il nostro destino. Al giornalismo e alla comunicazione spetta perciò il compito di fare chiarezza su tutto quanto, per suo merito e demerito, ci coinvolge, ci inquieta e, anziché unirci, potrebbe dividerci».
Ora con l'avvento dei social media l'informazione e anche la comunicazione sono cambiate. Secondo te in meglio o in peggio?
«Siamo quotidianamente bombardati da notizie di ogni tipo a una velocità siderale: diventano vecchie in un nanosecondo. Non fai in tempo a sentirne una, che viene immediatamente superata e travolta da un'altra. Non c'è quasi mai approfondimento. Sputate fuori da una Rete onnivora e mistificatrice che ha travolto e cancellato il confine tra mondo reale e mondo virtuale. Sembra che l'unica cosa che conti, sia battere sul filo del minuto la concorrenza. In un ordine sregolato da un Bianconiglio cyberspaziale che rimpinza il lettore della qualunque e lo anestetizza alzando sempre di più l'asticella del "trash". È innegabile: il mondo in un clic ti semplifica la vita, ma finire nelle secche di un giudizio a priori, formatosi dentro una pre-coscienza del fatto, è un attimo. Il rischio è di dare una lettura soggettiva cominciata e ideologizzata prima, altrove e per sempre. Nasce allora una verità governata da una precedente idea dell'accadimento che viene giudicato non rispetto a ciò che dice, ma all'origine che gli si assegna. Questo modo di leggere dietro i fatti è figlio di un autismo tribale del quale i giornalisti diventano prigionieri quando finiscono per classificare la natura degli eventi prima di decifrarne la storia».

Lascito prezioso dell'ultimo tratto del percorso terreno di Sergio Zavoli sono i suoi “dialoghi familiari” con la moglie Alessandra, giornalista a sua volta, che in questa rubrica offre ai lettori di “Avvenire” sintesi a tema di quelle riflessioni.
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