Il comunismo e le bugie della classe intellettuale
venerdì 24 settembre 2021
Stanno scendendo in campo alcuni dei migliori scrittori italiani di oggi (in arrivo Mari e Starnone) e tra di loro Davide Orecchio merita un posto di rilievo. Il suo romanzo Storia aperta (Bompiani) è uno dei migliori di questa stagione. Orecchio sarebbe un forte candidato al prossimo Strega... Egli insiste su qualcosa che ha già affrontato, e che è fin troppo al centro della sua ispirazione: la figura di un padre che fu intellettuale e giornalista comunista, per interrogarsi sulla storia del Novecento e sulle sue difficoltà, le sue speranze ricatti fallimenti. Non è il solo “figlio” o “figlia” di figure del genere a essersi confrontato con questo dilemma: un padre comunista e intellettuale, e va bene, ma anche ligio ai dettami del Partito in un partito ligio per tanti anni ai dettami del Pcus, che erano anche quelli di Stalin. Stare dalla parte delle “classi subalterne” era eminentemente giusto, ma lo era meno accettare (fino al '56) l'ottica che nel Pci era dominante, perché non era difficile, soprattutto per un intellettuale, sapere del gulag dei processi delle purghe. Un esempio personale, e me ne scuso, ma quando andavo ancora alle medie e leggevo però di tutto, in casa mia circolava l'“Avanti”, quotidiano socialista, e certe cose io già le sapevo. Mi commuove l'amore filiale e la volontà di conoscere i dilemmi dei padri e le loro ragioni e i loro cedimenti, e anzi mi commuove che ci sia chi lo fa. E però mi accade di continuare a mettermi non dalla parte dei politici e degli intellettuali ma da quella delle “basi”. Ho conosciuto decine e decine di militanti del Pci che erano contadini e operai, a Nord e a Sud e al Centro, e mi piacerebbe che di questa massa di dimenticati qualche romanziere ancora si interessasse, lo immaginasse verificando storie e dilemmi. Per dirla tutta, ho avuto e ho ancora un certo rispetto per i politici comunisti, e alcuni ne ho davvero amati, per esempio tra gli ultimi Berlinguer, e ho ammirato i militanti comunisti di base, che mi sembrarono spesso più millenaristi che comunisti, mossi da un'ansia di giustizia e da una pratica della solidarietà, da un'abnegazione “da primi cristiani” che raramente trovavo in altre militanze; ma confesso di non aver mai amato gli intellettuali comunisti, perché non potevano non sapere e dunque mentivano. Ho conosciuto anche delle rare eccezioni, e ne sono stato più o meno amico: Romano Bilenchi, Lucio Lombardo-Radice, Aldo Natoli, Valentino Parlato, uomini di grandi convinzioni e di grandi aperture, che sapevano andare oltre i compromessi della politica. In passato, nel dopoguerra e ancora per molto, tanti romanzi e film hanno raccontato le “basi”, e talvolta anche i militanti politici di base, ma solo negli anni del centrosinistra osarono affrontare le contraddizioni di militanti già un po' intellettuali (per esempio, Una vita difficile di Risi e certi film, pur se di parte, del comunista Scola ma da Age e Scarpelli). Sarebbe bello che chi intende investigare e ragionare sul passato affrontasse i destini delle “basi” e non quelli, fin troppo osannati, di chi sapeva e taceva, pur tenendo conto delle tragiche contraddizioni dell'epoca.
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