Il centenario dei Baltici, vera occasione per ritrovare radici
martedì 16 gennaio 2018
I primi a fare festa grande saranno i lituani il 16 febbraio. Seguiranno a ruota, il 24 febbraio, gli estoni. Infine, il 18 novembre, toccherà ai lèttoni. Per i tre Stati baltici, il 2018 si annuncia un anno memorabile, quello del centenario della propria nascita – o rinascita – nazionale, grazie alla fine della "grande guerra" e alla sconfitta degli imperi dell'Asse, quasi in contemporanea con la caduta di quello zarista causata dalla rivoluzione bolscevica. Le tre date segnano infatti le rispettive dichiarazioni di indipendenza, che Tallin, Riga e Vilnius si accingono a celebrare come meritano.
Ad ovest e a sud delle capitali interessate, non è chiaro se e come anche le altre metropoli europee, Bruxelles in primis, si preparano a rendere onore al triplice anniversario. Che pure le riguarda da vicino, visto che le tre Repubbliche fanno parte ormai da quasi tre lustri dell'Unione (anno d'ingresso ufficiale: il 2004) e che appartengono con convinzione all'Eurozona. Al punto che le loro banche centrali hanno coniato insieme una speciale moneta da due euro, di imminente entrata in circolazione, con gli stemmi nazionali affiancati. Per la cronaca, tra i sei bozzetti candidati, ha vinto quello denominato "le sorelle baltiche" e da molti mesi sui siti specializzati di numismatica cresce l'attesa per l'emissione.
Non altrettanto fervore sembra registrarsi fra i 24 partner comunitari, benché, nel suo ultimo discorso sullo "stato dell'Unione", Jean-Claude Juncker avesse promesso «particolare attenzione» all'evento (unendovi l'analogo anniversario della Romania, che però presenta caratteristiche abbastanza diverse). « Per forgiare il futuro del nostro continente, occorre capire bene e onorare la nostra storia comune», osservò in proposito il presidente della Commissione, aggiungendo che la Ue «non sarebbe completa senza di loro».
Parole sante, verrebbe da commentare, specie all'inizio di un anno che potrebbe rivelarsi decisivo per il destino comune del Continente. Da un lato infatti incombono nuovi test elettorali – compreso quello di casa nostra – che rischiano di portare nuova linfa alla pianta velenosa dei risorgenti nazionalismi. Dall'altro, negli stessi Paesi in festa che pur professano sicura fede europeista, si agitano fermenti contrastanti.
Fa riflettere ad esempio il recente varo del "Trimarium", l'intesa siglata il 6 luglio scorso, alla presenza di Donald Trump, fra 12 Stati dell'Europa centrale – comprese le "sorelle" del nord – che prende nome dai "tre mari" (Baltico, Nero e Adriatico), riunendoli in un'area verticale da nord a sud. Obiettivi solo di armonizzazione economica e infrastrutturale, assicurano i contraenti. Ma sotto sotto molti vi scorgono il desiderio di creare un blocco geopolitico di difesa dai "giganti" russo e tedesco, sotto la tutela americana.
Intenzioni certo legittime e comprensibili, anche se non facili da conciliare con la comune appartenenza alla Ue. Pesano ovviamente il passato e la storia comune di persecuzioni, smembramenti, deportazioni e guerre. Tante guerre. Ma allora, a maggior ragione, il "palazzo" europeo dovrebbe saper concentrare la sua attenzione e cogliere perfino le opportunità offerte dal calendario per seminare coesione e concordia, In che modo? Valorizzando la presenza dei giovani partner nell'edificio comune, con un giusto mix di "memoria e identità".
Il binomio citato non è casuale, riproduce il titolo dell'ultimo libro di Karol Wojtyla, uscito poche settimane prima della sua morte e pochi mesi dopo l'ingresso dei Baltici nella Ue. Era l'ultima testimonianza di un vero europeo, che ha condiviso dolori e speranze di popoli a lui vicini e da lui sempre stimati. Attraversando con loro i lunghi decenni di sofferenze inferti dai grandi mali del '900: nazismo e comunismo. In quel libro, san Giovanni Paolo ricordava che la resistenza comune si era fondata sulla triade culturale composta da famiglia, radici e nazione. Guai all'Europa se le trascurasse o, peggio, le umiliasse.
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