sabato 17 agosto 2019
Tra un tuffo in acqua e un castello di sabbia, immersi nel meritato relax agostano, non è facile porsi domande che vadano oltre le previsioni metereologiche o l'andamento delle correnti marine. Ma dopo aver pagato decine di euro per l'affitto (qualche ora) di un ombrellone e di due sdraio, è legittimo chiedersi come funzioni davvero il business delle spiagge. Si tratta di un settore economico molto più rilevante di quanto comunemente si creda: i gestori degli stabilimenti balneari sono protagonisti di un fatturato pari a 2 miliardi di euro l'anno. Mentre lo Stato, proprietario delle spiagge di cui concede l'utilizzo ai gestori privati, incassa ogni anno soltanto 103 milioni di euro dai canoni delle relative concessioni.
Il gestore di uno stabilimento balneare, come ogni imprenditore, deve sostenere investimenti per rendere funzionale e attraente il suo lido ed è soggetto al rischio d'impresa, che in questo caso può assumere le scomode fattezze anche di un andamento sfavorevole del tempo nella stagione estiva. Ma non si tratta evidentemente di un settore ad alta intensità di capitale, in cui si debba incentivare e remunerare l'utilizzo di ingenti risorse proprie da parte del gestore, ne' con regolazione dei prezzi al pubblico, che ogni gestore fissa liberamente. Ne consegue che questo squilibrio tra gli incassi del gestore e quelli dello Stato è inspiegabile, almeno sul piano tecnico.
Basti pensare che il valore dei canoni delle concessioni demaniali delle spiagge italiane è fermo al 1989: non viene aggiornato da trent'anni. E che per di più l'ultima Legge di Bilancio ha previsto una proroga di 15 anni delle concessioni, in palese violazione di quanto previsto dalla direttiva Bolkestein, accendendo sull'Italia i fari della Commissione europea che minaccia l'apertura di una procedura d'infrazione. In sostanza, lo Stato italiano ha rinunciato a mettere a frutto un patrimonio straordinario che la natura ha offerto "gratis et amore Dei". In contraddizione con la precisa scelta fatta nei decenni dai nostri stessi Governi che – a differenza di quanto accaduto in molti altri Paesi – hanno consentito che ben il 60% delle spiagge venisse occupato da stabilimenti balneari, con percentuali che si avvicinano al 90 nelle località turistiche più rinomate. La riduzione della libertà di chi non ha possibilità o voglia di pagare il costo di una spiaggia attrezzata, dunque, non è bilanciata da un flusso adeguato di incassi erariali. Un riequilibrio appare necessario. Dovremo attendere anche stavolta che sia il "vincolo esterno", nei panni della Commissione Ue, a costringerci a farlo?
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@FFDelzio
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