I riti riminesi di Fellini e le cose vere inventate
giovedì 16 giugno 2022
Federico Fellini lo sai, Sergio, resta uno dei miei argomenti preferiti. Per questo ogni tanto ti sottopongo a veri e propri interrogatori. Ascoltare i tuoi racconti sulla vostra giovinezza condivisa, mi fa sentire familiarmente dentro quei ricordi così intimi e speciali. Ma, dimmi, è vera quella storia di Rimini che gli ha sempre rimproverato una certa indifferenza?
«La città ha avuto per Federico un affetto bambinesco. Geloso. Lo avrebbe voluto ancora a casa, magari confuso nel paesaggio e la gente del suo paese. Quello che proprio non riusciva a mandar giù, era il fatto che girasse i suoi film non a Rimini ma a Fano, a Ostia o a Cinecittà dove però, magicamente, la faceva rivivere in maniera fantastica. Anzi favolistica, perché l'amava in modo placentale tanto da trasformarla ogni volta nella città del sogno. Però, credimi, soffriva per questa sorta di incomprensibile ruggine. Lo intuivo ogni qualvolta mi chiedeva: “Cosa dicono a Rimini?”. E io, per non turbarlo, rispondevo sempre allo stesso modo: “Non dicono niente. Ti aspettano”».

E lui ci tornava. Perché lo faceva sempre di notte?
«È vero. Federico arrivava in città di notte, con i suoi riti teneramente infantili... Uno in particolare lo replicava in maniera quasi scaramantica. Tirava un sasso alla finestra dell'avvocato Benzi e insieme andavano a prendere a calci un barattolo sul pontile, rinverdendo antiche liturgie di gioventù. Poi la mattina Rimini si svegliava e sapeva che Federico c'era stato. Ma come un ologramma si era dissolto al sorgere del sole. Lui vi si abbeverava. Respirando appieno la salubre aria delle sue profonde radici. Era una dimensione della memoria, un pastrocchio confuso, tenero, pauroso. Ma il punto e a capo essenziale. Quasi una tappa obbligata nei suoi viaggi onirici. Facile tirare le somme, quando in realtà nessuno conosceva davvero il suo grande pudore e il forte imbarazzo che gli procurava l'esternazione del sentimento: questa l'origine del suo combattuto restare».
Poi, quando arrivò il quinto Oscar, cosa accadde?
«Ricordo come fosse ieri che la radio al mattino presto, annunciò che a Los Angeles Federico aveva ricevuto la sua quinta statuetta. Il sindaco di allora – Ceccaroni – gli aveva preparato una medaglia d'oro con tanto di valletti, banda e gonfalone. E un grande schermo per proiettare la sua ultima creatura. Inutile dirti che Federico arrivò un anno dopo... E sempre di notte. Però dopo “Amarcord” – pensa Ale che gli «incorruttibili» andarono a vederselo a Cesena e a Forlì restando ben abbottonati sui commenti – quasi tutti i conti erano tornati: l'Oscar e il crollo degli ultimi «cecchini». E da allora Federico resta come è. Con quella disponibilità densa e sfuggente, estranea e complice, per cui ti senti al centro e al di fuori di lui, necessario e al tempo stesso inutile. Ma capace di capolavori irripetibili, frutto del nettare di una vita vissuta sempre infilato in un caleidoscopio tra sogno e immaginazione. Perché, come ripeteva spesso, alla fine “sono più vere le cose che mi sono inventato di quelle che in realtà accadono”».
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