I consumi alimentari in picchiata e gli effetti sociali dimenticati
mercoledì 16 novembre 2016
Il rapporto annuale del Censis sugli italiani a tavola quest'anno non ha avuto l'eco che si sarebbe meritato, ma vale la pena ritornarci, perché da questi dati si evince dove sta la diseguaglianza e anche dove stanno alcune mezze verità. Intanto va messo in luce il dato più eclatante degli otto anni della cosiddetta crisi, ossia il crollo del consumo di carne: è calato del 45,8% fra le famiglie meno abbienti, ma anche del 32% in quelle benestanti. Di contro, il consumo di frutta è calato solo del 2,6% nelle famiglie ricche e del 16,3% in quelle povere. Per la verdura siamo a -4,4% nelle famiglie con buon reddito e -15,9% in quelle a basso reddito. La forbice è larga anche sul pesce: -12,6% per i nuclei familiari abbienti e -35,8% per quelli poveri. Cosa significa tutto questo? Che la crisi ha comunque portato a una contrazione generalizzata dei consumi dal 2007 al 2015, secondo una legge dell'adattamento alimentare, per cui nelle fasce povere si mangiano cibi artefatti, spesso iper-elaborati con scarso potere nutrizionale. Tutto questo il Censis lo ha definito Food Social Gap, con una ripercussione anche sulla salute se è vero che i tassi più alti di obesità si registrano al Sud.
C'è poi una campagna di demonizzazione su alcuni alimenti come la carne. Ma secondo il Censis non è vero che mangiare carne è contro la buona nutrizione, essendo le proteine animali un elemento importante della dieta mediterranea. Quello che tuttavia non emerge dalla relazione è il fattore psicologico. E qui davvero meriterebbe approfondire la ricerca con gli psicologi del cibo, giacché il rapporto alimentazione-psiche è forse la vera chiave di lettura che sta alla base di tante patologie. Che dati abbiamo infatti sull'aumento della depressione, dovuta appunto alla crisi? Il gioco infatti non è soltanto quello di mettere insieme numeri per comunicare cause ed effetto, ma di capire in quali condizioni sociali avviene tutto questo. Questa noncuranza di un fattore sociale nuovo, la depressione, porta a un aumento delle spese sanitarie che ricadono su tutta la collettività. Quale strategia è in atto per curare il male del secolo che è la solitudine, la paura, l'inquietudine? Otto anni di crisi non sono misurabili soltanto per l'effetto del calo della spesa, ma anche per l'isolamento sociale di vaste fasce del nostro Paese. Chi aiuta un disoccupato, che ha dentro il senso del fallimento, a non peggiorare la sua situazione perché poi si alimenta in maniera disordinata? Dal ministro in carica sarebbe utile una risposta. Per non correre sempre dietro alle emergenze, ma costruire strategie.
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