domenica 12 maggio 2013
Finora è soltanto ai gatti che, con una punta d'invidia, si attribuiscono sette vite. D'ora in poi, però, sembra che, grazie all'evoluzione, l'uomo possa in qualche modo equipararsi a questo straordinario animale. Dovrebbe accadere grazie alla nuova teologia che Vito Mancuso presenta a puntate su La Repubblica: in questo caso domenica scorsa, 5 maggio, quando ha definito «fatto stupefacente […] che il fenomeno vita emerso dalla materia si evolva (se per caso o per spinta intrinseca della materia nessuno lo sa ) secondo diverse forme vitali già individuate dal pensiero filosofico greco mediante i seguenti termini: vita-bios, cioè vita biologica; vita-zoé, cioè vita zoologica o animale; vita-psyché, cioè vita psichica; vita-logos, cioè logica, calcolo, ragione; vita-nous cioè vita spirituale o della libertà». Tutte queste vite, sostiene il teologo, esistono nell'uomo e quando, nella malattia, esse si trovano tra loro «in disarmonia» e in «lacerante conflitto», l'unica vita da rispettare veramente dovrebbe essere quella "nous", in mancanza della quale non esisterebbe un obbligo di rispettare le altre. Nel frattempo è stata presentata una proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell'eutanasia su iniziativa di una bella congrega: Associazione Coscioni, Uaar (Unione atei agnostici razionalisti) ed Exit-Italia (Centro di studi e documentazione sull'eutanasia). Tutto ciò è pane per i denti di Corrado Augias, il quale tre giorni dopo, intervenendo su questa iniziativa e riferendosi esplicitamente all'articolo di Mancuso, ne tira le somme: «Se un essere umano ha liberamente scelto di mettere fine alla sua vita-bios […], chi veramente vuole il suo bene lo deve rispettare». In questo caso saremmo di fronte a un "suicidio teologico". Il fatto vero e non stupefacente, però, è che, per rispettare la vita-nous, bisognerebbe uccidere la vita-bios, trascinando nel baratro anche la nous e quelle zoé, psyché e logos. Che cosa non s'inventa per rendere diritto un delitto.STILE LIBERONel VI secolo prima di Cristo, il leggendario legislatore Chilone, uno dei Sette Savi di Sparta, lasciò scritto un pensiero che i latini tradussero così: «De mortuis nil nisi bonum» (dei morti non si deve dire altro che bene). Oggi, siamo un po' più realisti o cinici. E qualcuno è campione nella seconda categoria. Ecco come Libero (martedì 7) ha trattato Giulio Andreotti morto. In prima pagina una caricatura assai pesante e un titolo che dice: «Belzebù ha smesso di tirare a campare»; in seconda una foto centrata sulla curva della sua colonna vertebrale e il titolo «Tutti i colpi gobbi del diccì anomalo». Non c'è dubbio: lo "stile Libero" vuole la pietà morta e sepolta. Sui sepolcri, però, capita spesso di leggere: «Hodie mihi, cras tibi» (oggi a me, domani a te).VOLARE PER CREDERE?Il matematico Piergiorgio Odifreddi non teme il ridicolo e, su Repubblica, chiede che cosa pensi il Papa – il quale da laico era un perito chimico – del fatto che nell'Eucaristia le sostanze del pane e del vino si mutano nel Corpo e nel Sangue di Cristo, anche se – scrive Odifreddi – i loro "accidenti" restano immutati mentre la scienza chimica ha dimostrato che «non può esistere una sostanza disgiunta dai suoi accidenti». Accidempoli, che genio: come Yuri Gagarin che, da bravo astronauta sovietico, al suo ritorno in terra, dichiarò solennemente di non aver incontrato Dio nello spazio.
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