mercoledì 8 novembre 2017
Il mito, la musica, la poesia, emulsionati ma non prevaricati nelle 448 intense pagine del nuovo libro di Paolo Isotta, Il canto degli animali (Marsilio, euro 22,00) con il sottotitolo I nostri fratelli e i loro sentimenti in musica e in poesia.
E ci sarebbe già da discutere, perché per essere fratelli bisognerebbe avere almeno un genitore in comune, mentre, per quel che mi riguarda, mio padre era un uomo e mia madre una donna, massimo rispetto per gli animali, ma ciascuno al proprio posto. Se poi si è convinti, al punto di scrivere la frase in quarta di copertina, che «la scienza dichiara solo nell'Ottocento l'origine comune degli animali e dell'uomo. La grande arte da sempre la conosce e la canta insieme con la fratellanza che ci lega», allora sono nostri fratelli anche le zolle, i ruscelli, le fonti, i boschi, i fiori, per stare all'elenco di Elisabetta di Valois nel Don Carlo di Verdi (e par già di sentire la voce di Maria Callas). Certo, l'origine è comune, uno essendo il Creatore che dà l'essere alle numericamente infinite creature, ma quel che importa non è ciò che si condivide, bensì ciò che differenzia: non sarò certo io (preterizione) a far notare al sommo musicologo Isotta che ogni musica è fatta delle stesse sette note, ma il genio del musicista sta nel come ha saputo elaborarle, non nel dire, ascoltando Mozart, questo è un "do", questo è un "re" come nella Quinta di Beethoven.
Per tornare agli animali, noi tomisti riteniamo che l'uomo sia composto di corpo (materiale), anima e spirito: l'anima (vegetativa e sensitiva) l'abbiamo in comune con le piante e gli animali, ma ciò che rende uomini è lo spirito che assorbe anche le funzioni dell'anima vegetativa e sensitiva. La natura, di per sé, è solo cibo, sesso e feci. Insomma, finché un animale non scriverà un libro intitolato Il canto degli uomini, come Isotta ha scritto Il canto degli animali, non saremo propriamente fratelli. Quanto ai "sentimenti" degli animali - espressione della loro anima, appunto, sensitiva - va ricordato che il sovrasenso che siamo propensi ad attribuirgli è più nostro che loro, data l'indomita capacità umana di antropomorfizzare.
Ciò detto, il libro di Isotta è bellissimo. Competenza, erudizione, vastità di letture, in una lingua diamantina, compongono uno Zibaldone anche antologico (intere poesie in originale e tradotte), che si legge con ammirazione e diletto. Sia che analizzi I musicanti di Brema dei fratelli Grimm (con l'asino liutista), sia che galoppi con i cavalli di Achille, o si tuffi nelle Metamorfosi di Ovidio, o s'incanti davanti agli uccelli metafisici (l'albatro di Baudelaire, di Moby Dick o di Coleridge, il cigno di Tennyson), per riemergere con le Uccellerie barocche e settecentesche, Isotta trova sempre il collegamento esatto, l'aneddoto appropriato, la curiosità d'archivio. Se poi viene privilegiato Borges e tra gli animali il gatto (borgesianamente tigre da salotto), lo scrivente è entusiasta.
Peccato che nel capitolo dedicato all'asino non ci sia un cenno all'Asino e la lira. Fedro racconta che un asino avendo trovato una lira in un prato, ne toccò le corde con il suo rude zoccolo, ammettendo umilmente che un vero musicista ne avrebbe ricavato ben altri suoni. L'asino con la lira è frequente nell'iconografia antica e medievale: per esempio, nella basilica di Sant'Ambrogio a Milano, al pulpito che sovrasta il magnifico sarcofago di Stilicone si accede attraverso una ripida scaletta a metà della quale si incontra un asino con la lira, un monito per l'umiltà del predicatore.
Il libro di Isotta è un giardino in cui ci si smarrisce volentieri. L'autore, che ci tiene a far sapere di essere iscritto al Partito radicale e all'associazione Luca Coscioni, è però molto rispettoso nelle citazioni bibliche o comunque religiose. Affascinante anche nelle contraddizioni: per esempio, è decisamente contrario alla caccia, ma quando descrive l'antichissimo rituale in cui il cacciatore diventava l'animale, sembra subirne il fascino.
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