martedì 14 novembre 2017
«Sono un giornalista. Vorrei fosse chiaro. Forse qualcuno non l'ha capito». Massimo Giletti lo rivendica appena le luci si accendono su di lui nel grande studio di via Tiburtina a Roma che ospita Non è l'Arena, il suo one man show su La 7 dopo l'abbandono della Rai. Parole pronunciate con enfasi, sguardo dritto in camera, ma senza rancore per la vecchia azienda, che continua «ad amare» e dalla quale, entrato «ragazzo», è uscito «uomo e giornalista». Un monologo non breve a inizio di una serata che si rivelerà particolarmente lunga e con tre soli temi all'ordine del giorno: quattro ore di diretta da suddividere tra il caso Tulliani, pensioni e vitalizi, molestie sessuali nel mondo dello spettacolo. Non prima dell'immancabile video augurale di Fiorello, che ormai sembra non negarlo a nessuno. Dopo di che Giletti protagonista assoluto e anche quando non lo sarebbe fa di tutto per esserlo. È il caso del primo servizio (“Il cognato di Fini arrestato a Dubai”), frutto dello scoop fatto «prima ancora di andare in onda», che ha portato al fermo di Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Gianfranco Fini. Scoop e servizio sono dell'inviato Daniele Bonistalli, ma Giletti in vario modo rivendica a sé molti meriti. Si destreggia poi tra i vari ospiti (non tutti di primissimo piano) con un fare da regista in campo dando voce ogni tanto anche a Klaus Davi, che lo affianca da bordo campo, ovvero dalla prima fila degli oltre duecento spettatori in studio. Non manca un pizzico di populismo quando il conduttore mette a confronto il fornaio di Vaccolino in provincia di Ferrara con i politici beneficiati dai vitalizi al cui inseguimento è stato sguinzagliato l'altro inviato, Danilo Lupo, con uno stile a metà strada tra Le iene e Striscia la notizia. E siccome tutti i talk show devono avere anche un siparietto comico, ecco il servizio di Rosanna Sferrazza sui pensionati di cui, però, sfugge la satira. In ogni caso è già mezzanotte e mezzo quando Giletti fa l'ultima sviolinata al patron di La 7 e non solo, Urbano Cairo: «Presidente, le dico grazie: ha avuto fiducia in me. Trovare un editore libero in questo Paese è un segno di grande civiltà e di democrazia». Insomma, il marchio di fabbrica Giletti c'è tutto: grandi capacità di conduzione, forti dosi di egocentrismo e scarsa simpatia.
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