Giancarlo Fusco, inimitabile guascone
venerdì 22 gennaio 2021
Molti anni fa degli amici che lavoravano per la tv milanese mi trascinarono in un'impresa che mi fece conoscere molte persone ammirevoli, Quando Coppi correva in bicicletta, che voleva essere una storia della bicicletta in Italia, negli anni in cui era stato il mezzo più diffuso per spostarsi da un luogo a un altro. Sulla bicicletta potrei scrivere elogi in quantità, anche perché mio padre, giovane emulo di Coppi che dovette rinunciare a tentare una carriera su due ruote per cause belliche, prima di emigrare come “meccanico gruista” in Francia portandosi dietro la famiglia, mandava avanti una piccola bottega artigiana in cui si aggiustavano biciclette, e di lavoro ce n'era tanto, anche per mia madre e per me, dopo la scuola. Conobbi in quell'occasione alcuni mitici personaggi della mia adolescenza, come Gianni Brera, Claudio Villa, Giancarlo Fusco e altri ancora legati all'epopea dei Giri d'Italia e dei Tour de France. Di Fusco avevo letto Le rose del ventennio (Einaudi) e i ricordi sulla guerra d'Albania, ma anche le memorie un po' strampalate e un po' inventate o perlomeno ingrandite ad arte sulla Francia: Duri a Marsiglia, per esempio, e altri libri dettati da un fascino che era poi quello dei film di Carné Renoir Duvivier e di Jean Gabin, e di certi romanzi di Cendrars Simenon Carco... Fusco si inventò storie che probabilmente erano solo in parte veritiere, ma il colore di quella Francia seppe coglierlo e farlo amare. Fu molto apprezzato da Camilleri e da Biagi per i suoi libri e articoli più “guasconi” (per esempio quelli, non proprio entusiasmanti, sulla nostalgia dei bordelli) ma un suo strano e inatteso libro lo dedicò a papa Giovanni XXIII, e fu un ritratto rispettoso e interessante e che mi sembrò assai sincero... La sua vena era però un'altra, quella del bizzarro giornalista-scrittore non professorale e niente affatto borghese, anche se non del tutto estranea ai filoni che dominavano nella letteratura italiana del tempo, affrontati però con una originalità comunicativa e sempre un po' provocatoria, da giornalista più che da romanziere. Vari suoi libri li ha ripresi in tempi recenti Sellerio, ma non mi sembra siano oggi molto letti. Fusco fu anche attore e sceneggiatore, e sarebbe interessante ripercorrere le sue casuali e varie
collaborazioni, che andarono da Carmelo Bene (fu attore in Capricci) a Mario Monicelli (a fianco di Tognazzi in Vogliamo i colonnelli) a Tinto Brass (nel suo primo e miglior film, Chi si ferma è perduto) a molti film più dozzinali. Oggi ci sono in giro sui giornali e in tv e su internet un sacco di suoi pallidi imitatori, ma di scarsa esperienza, di scarsa sostanza. E privi del tutto di autoironia.
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