martedì 6 febbraio 2018
All'inizio dei nostri di corsi di lingua per immigrati eravamo ospiti nella chiesa di San Saba a Roma, dove padre Stefano Fossi ci aveva messo a disposizione un paio di aule attigue alla cappella. Ad alcuni degli studenti poteva quindi capitare di dare un'occhiata all'interno. Una volta uno di loro, Rehan, bengalese, ragazzo di straordinaria intelligenza e sensibilità, vide il crocifisso ed esclamò: «Jissah!». È il nome che i musulmani danno a Gesù. Nella sua ingenuità di adolescente, pareva sinceramente stupito. Dopo averlo contemplato, domandò: «È vero che era bello e tutte le donne lo ammiravano?». Gli rispose sorridendo mia moglie: «Sono sicura che tutte le donne gli vogliono bene». Rehan le chiese: «Perché?». E lei gli raccontò la storia dell'adultera. Il ragazzo ascoltò attentissimo quella vicenda che non conosceva. Giunto al momento culminante della parabola, quando gli uomini che volevano colpire coi sassi la povera vittima, di fronte all'ingiunzione di Gesù, «Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra», se ne andarono via uno per uno, Rehan si fermò a riflettere. Furono pochi secondi di notevole intensità durante i quali io pensai che purtroppo in molte parti del pianeta certe violenze continuano ad accadere. Alla fine il ragazzo mormorò: «Solo Allah può giudicare!».
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